The Chief, the Secret Mothers and the Women of Malawi

QUI COMANDANO LE DONNE

La capa suprema, le madri segrete e le donne del Malawi

foto e testo di Laura Salvinelli

 

   Da reporter partecipo alla ricorrenza dell’8 marzo raccontandovi tre storie di donne che vivono in un Paese africano in gran parte sconosciuto, il Malawi, e che hanno dedicato l’impegno di tutta la vita in difesa dei diritti e lottando contro ogni forma di violenza contro le bambine e le donne, a partire dai matrimoni precoci. Oltre a essere poco conosciuto, il mondo femminile del Malawi è particolarmente interessante perché conserva tracce delle società matriarcali e/o matrilineari, che aspettano ancora di essere studiate a fondo. Sarei felice se questo mio breve reportage contribuisse a stimolare ricerche antropologiche sul matriarcato.

    “Quando il mio terzo fratello morì la famiglia reale venne a chiedermi di diventare capa suprema. Stupita, risposi: “No, perché io? Vi siete scordati che nella nostra tribù Ngoni una donna non può avere il potere?” Dopo quasi 3 anni fu mio marito a convincermi che forse Dio aveva qualcosa in serbo per me, e allora accettai. A parlarmi protetta dalle ali dell’aquila del suo trono che sembra uscito dalla saga di Guerre stellari è la massima autorità tradizionale del Distretto di Dedza nel Malawi centrale Theresa Kachindamoto. Le autorità tradizionali africane, eredi delle famiglie reali, sono sottomesse ai governi, ma sul territorio sono riconosciute come la somma autorità. Chiedete a un abitante di un villaggio remoto chi è il capo dello Stato o del governo (qui sono la stessa persona) e forse non lo saprà, ma i nomi dei capi e del capo supremo che li presiede sono scolpiti nella sua coscienza. Theresa, settima della dinastia Kachindamoto, appartenente a famiglie reali da parte di padre e madre, esercita nel modo migliore la sua autorità su oltre un milione di malawiani, eliminando quelle tradizioni che hanno umiliato le donne da tempo immemore. Le chiedo di raccontarmi la sua storia partendo dalla sua infanzia nella famiglia reale, di cui nessuno ha mai scritto. Il racconto, che segue una logica molto diversa da quella occidentale, si volge su spirali che amano la ripetizione, il dialogo riportato, anche con la divinità e i defunti, e una leggerezza gentile e allegra. “Sono nata nella famiglia del capo Kachindamoto, nome che significa “far sesso col fuoco”, 60 anni fa, l’ultima di 12 figli. Mio padre ha avuto 4 mogli, ma ha scelto mia madre come l’unica, ed è morto fra le sue braccia. Non capivo perché avesse sposato tutte quelle donne che poi allontanava. Ma soprattutto ero in conflitto con lui per il suo strano piano su di me: poiché ero la più piccola, dunque quella che avrebbe sofferto di più per la sua perdita, avrei studiato. Mentre i miei fratelli e sorelle si divertivano abusando di tutto il ben di Dio che abbondava in casa – e soprattutto dell’alcol perché all’epoca i produttori ne dovevano al capo una grossa porzione - io passavo infelice da una scuola all’altra, chiedendo a mia madre se mio padre fosse davvero il mio genitore. Crescendo ho visto morire 5 fratelli e 2 sorelle per l’alcolismo, e ancora adesso mi inginocchio chiedendogli perdono per i miei capricci di bambina. Fui arrabbiata con lui anche quando in realtà mi venne a salvare dal campo d’iniziazione sessuale a cui ero andata d’accordo con mia madre. Anche se avrei preferito restare con le mie amiche, che erano tutte lì, gli obbedii. Ho studiato dattilografia e computer e sono stata segretaria del college di Zomba, nella regione meridionale, per 27 anni. Mi sono sposata e ho fatto 5 figli, anche se ne avrei voluti solo 3. Desideravo una bambina ma ogni volta mi nasceva un maschio, e al quinto ho detto “basta così”. Quando 15 anni fa tornai nel distretto di Dedza per governare, fui sconvolta nel vedere che metà delle persone su cui avevo autorità erano ragazzini di 13-14 anni sposati e con figli”. In Malawi per legge l’età minima per sposarsi è 18 anni, ma le autorità locali, d’accordo con le famiglie, per diritto consuetudinario sposano le ragazze appena sono in grado di far figli, l’unico ruolo che possono avere nelle comunità. “Decisi di annullare i matrimoni precoci e finora ne ho aboliti più di 2.500. Ho licenziato i miei capi subordinati che non hanno collaborato. Non solo non mi faccio pagare, ma sostengo con tutte le mie risorse, la mia diaria, la vendita dei prodotti delle mie terre, il ritorno delle ragazze e dei ragazzi a scuola. Se si educano le ragazze, si educa l’intera nazione. Combatto costantemente con la mentalità dei genitori per cui la scuola è solo tempo perso. Ho istituito la rete delle “madri segrete”, che controllano la situazione casa per casa e sono le mie “spie” nei 551 villaggi che governo. Annullati i matrimoni, i ragazzi fanno il test dell’HIV e poi tornano nelle loro famiglie d’origine e a scuola. Ho anche vietato la tradizione degli uomini-iena: non voglio che le ragazze rischino di ammalarsi di AIDS”. Questa tradizione permette lo stupro delle ragazze entrate nella pubertà nei campi d’iniziazione sessuale. “Mi sono presentata all’improvviso in un campo. Le istruttrici, molto sorprese, mi hanno spiegato che avevano insegnato l’importanza della soddisfazione sessuale del futuro marito. Mi hanno poi pregata di andarmene, perché stavano per arrivare gli uomini per la lezione di pratica. Ma sono rimasta con le ragazze che erano già spogliate. Quando sono venuti gli uomini li ho sfidati: “Venite! Volete anche me?” Sono scappati tutti via. Ho fatto rivestire le ragazze e le ho mandate a casa. Infine ho abolito la tradizione della condivisione delle mogli con gli amici. Le donne sono venute a ringraziarmi: erano sconvolte dall’esser state costrette dai mariti a fare sesso con i loro amici. Mi hanno portato piccole somme di denaro che potevano permettersi, ma ho detto loro di usarle invece per fare il test dell’HIV”. Conclude soddisfatta: “Ora è tutto sotto controllo” e mi mostra alle pareti le foto delle cerimonie più importanti, in cui indossa la pelle di leone che un tempo i capi portavano tutti i giorni. 

   Che ci faccio davanti alla capa suprema sul suo trono dell’aquila? Sto documentando fotograficamente i progetti del CISP (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli) che dal 1999 è in Malawi, uno dei Paesi più poveri del mondo che basa la sua economia sull’agricoltura. Il CISP ora sta implementando il progetto di resilienza finanziato dal World Food Programme (il Programma di Alimentazione Mondiale delle Nazioni Unite) nel distretto di Karonga, nella regione settentrionale. Questo progetto mira a ridurre la povertà attraverso l’assistenza alimentare in cambio di beni e servizi per la comunità: viene incontro ai bisogni alimentari più immediati con distribuzione di denaro o cibo, promuovendo allo stesso tempo la creazione o il ripristino di beni e servizi in grado di migliorare la sicurezza alimentare e la resilienza a lungo termine, e sostenendo le associazioni di risparmio e prestito, molto amate dalle donne. Il CISP sta inoltre implementando 2 progetti di sicurezza alimentare attraverso schemi d’irrigazione, finanziati dall’Unione Europea e in collaborazione col Ministero dell’Agricoltura malawiano, nei distretti di Nkhotakota e Dedza, appunto quello di capa Kachindamoto, nella regione centrale. Oltre a fornire l’accesso all’acqua per irrigare i campi, questi progetti includono molte attività complementari: formazione, assistenza tecnica, anche qui le associazioni di risparmio e credito, iniziative per il potenziamento delle capacità e sviluppo economico e sociale degli agricoltori e per il rispetto dell’ambiente, cercando di contrastare la deforestazione, l’erosione del suolo e gli effetti del cambiamento climatico. L’idea alla base dei progetti è che i vulnerabili sostenuti solo da programmi di soccorso corrono il rischio di diventarne dipendenti e quindi di non uscire mai dalla povertà. Insomma, il CISP allarga sempre lo sguardo allo sviluppo oltre l’emergenza. 

   Questo incarico mi conferma che le donne col loro lavoro incessante e col loro senso di responsabilità sono le fondamenta delle comunità, e quelle più oppresse dalla tradizione. Caroline Theka, 43 anni, con un master in Scienza dell’Ambiente preso nel Regno Unito, una laurea di specializzazione in Gestione del Rischio dei Pesticidi dell’Università di Cape Town, e 20 anni di impiego al Dipartimento dell’Ambiente del Ministero delle Risorse Naturali, Energia e Ambiente a Lilongwe, ha le idee molto chiare: “In Africa sono le donne, insieme ai loro bambini, a dover sopportare il peso maggiore del cambiamento climatico, dell’uso dei prodotti chimici, delle questioni che riguardano lo smaltimento dei rifiuti e tutto ciò che riguarda l’ambiente. In Malawi le donne svolgono la maggior parte del lavoro agricolo, ma solo gli uomini possono andare a vendere i prodotti e, se sono senza scrupoli, approfittano dell’allontanamento per fare sesso con altre donne, rischiando di prendere l’AIDS e sperperando i soldi ottenuti dallo sforzo soprattutto delle donne. Gli uomini pensano solo a rendere il cibo disponibile, se lo fanno, mentre le donne badano a tutto il resto. Ma purtroppo le decisioni le prendono soprattutto gli uomini: nei meeting il 90% dei partecipanti sono uomini, e nei gruppi dei villaggi le donne devono sempre chiedere il loro permesso. Eppure sono più creative e coraggiose, laddove gli uomini tendono ad evitare il lavoro fisico e sono più attenti a quella che considerano la loro reputazione invece di aprirsi al nuovo. Sono le più resilienti. Bisogna usare questa resilienza per incoraggiare iniziative positive per l’ambiente”.

   Come mai tanto evidente sfruttamento delle donne anche in società da alcuni definite matriarcali? Lo chiedo ad Emma Kaliya, classe 1961, autorevolissima esperta di genere e diritti umani, madre dell’attivismo contro la violenza basata sul genere, presidente dell’organizzazione femminista panafricana FEMNET (la rete di sviluppo e comunicazione delle donne africane) e di molte organizzazioni e reti di organizzazioni umanitarie, una delle “Equal Pay Champion” delle Nazioni Unite, piattaforma di donne contro la disuguaglianza di stipendi fra i generi, consulente dell’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile per l’Africa orientale e meridionale. “Abbiamo tre tipi di società: una patrilineare nella regione settentrionale e in un paio di distretti di quella meridionale, e due matrilineari – di tipo matrilocale o patrilocale, a seconda che gli sposi vivano nel villaggio della donna o dell’uomo - nella regione centrale e nel resto di quella meridionale. Nelle società matrilineari i figli appartengono alla madre e se ne incarica suo fratello, in quella patrilineare sono del padre. Teoricamente, se è il marito ad andare a vivere a casa della donna, sembra che per questa non ci possano essere abusi, ma non è così. A volte questo giustifica il marito a non prendersi cura o abusare della moglie e dei figli”. Emma parla dunque di società matrilineare, non matriarcale, e forse la risposta alla mia domanda è nella confusione che si è fatta fra questi due termini. In ogni caso, la sua storia e la sua enorme esperienza le danno uno sguardo talmente ampio, che ascoltarla mi sembra il modo migliore per terminare questo viaggio nel mondo delle donne malawiane. “Sono nata e cresciuta in un grande clan patrilineare della tribù Tumboka, nella regione settentrionale. Mio padre è stato un imprenditore e parlamentare per 29 anni durante il regime di Hastings Kamuzu Banda, il primo presidente del Malawi, e ha avuto 5 mogli e 25 figli. Il mio primo matrimonio non è andato bene, ho divorziato e allora ho cominciato a lavorare nel sociale. Pur venendo da una famiglia molto privilegiata, sono stata abusata dal mio ex-marito e molestata da alcuni miei superiori nel lavoro. Se io avevo sofferto, chissà quanto dovevano aver patito le donne e i bambini rifugiati e traumatizzati per la guerra in Mozambico che andavo ad intervistare: decisi di dedicare tutte le mie energie per aiutare le donne. C’era un grande problema di violenza di genere che si cominciava a riconoscere solo allora, e che doveva essere regolato dalla legge, non solo risolto in casa. Nella società civile ci siamo battuti e abbiamo ottenuto le leggi: l’Atto per la prevenzione della violenza domestica del 2006, l’Atto per la cura, protezione e giustizia dei bambini del 2010, l’Atto sull’uguaglianza di genere del 2013 e l’Atto sul matrimonio, divorzio e relazioni familiari del 2015. Non tutte le autorità tradizionali sono illuminate come Theresa Kachindamoto, ma ci sono state condanne, e ora anche nelle zone più remote la consapevolezza dei diritti umani sta aumentando”.