SEWA

LE SORELLE IN LOTTA DEL SINDACATO SEWA

di Laura Salvinelli

 

   Non è la capitale, ma la città più grande del Gujarat. Qui ad Ahmedabad Gandhi tornò nel 1915 dopo gli anni vissuti in Sud Africa, qui fondò il suo ashram sul fiume Sabarmati, da qui partì per la Marcia del Sale fino a Dandi, nel golfo di Cambay, che si affaccia sul Mare Arabico. Ma ci sono due Ahmedbad in realtà, la metropoli che si sviluppa magnificamente al tasso tanto vantato del 9,4 % annuo, moderna e borghese, e la città dai mille slums dell'antica miseria indiana, qui moltiplicati dalla chiusura dei cotonifici negli anni '80, che ebbe come conseguenza il licenziamento di 120.000 operai. Programmi di "ampliamento stradale" sventrano lunghe file di edifici, e costringono ad evacuazioni forzate interi slums. Purché i terreni si valorizzino, e Ahmedabad col suo 41% di slums si trasformi almeno in apparenza in una megacity, sembra che tutto sia consentito. 

   Il governo di estrema destra di Narendra Modi non teme neanche le prossime elezioni, che si terranno a dicembre. Rieletto dopo i riots nel 2002, il governatore del Gujarat incarna appieno lo spirito nazionalista indù di stampo nazista e fascista contro cui Kushwant Singh lancia il suo grido disperato in The End of India. Come tradurre il termine inglese riots con tumulti, sommosse o anche disordini? I primi rimandano a tempi lontani, l'ultimo è troppo vago e debole per definire quello che è stato concepito dai fondamentalisti indù come una soluzione finale, e realizzato come un pogrom contro le minoranze parsi, cristiane e soprattutto musulmane, con la complicità della polizia e la copertura da parte del governo rieletto subito dopo. La sopravvivenza dell'intera nazione, secondo lo scrittore sikh, già superstite degli orrori della spartizione e dei massacri della comunità a cui appartiene, è minacciata molto più dal fondamentalismo indù che dalle lotte tra indù e musulmani. Come se a nulla ancora fosse valso l'assassinio del padre dell'India indipendente e democratica, Gandhiji Bapu.

   Erede della filosofia gandhiana del cambiamento attraverso la non violenza è senz'altro il grande sindacato di lavoratrici auotonome SEWA (Self-Employed Women's Association), fondato nel 1972 da Ela Bhatt. Con 500.000 iscritte in Gujarat e 800.000 in India, tutte povere lavoratrici autonome informali, senza alcuno dei vantaggi dei lavori del settore organizzato, il sindacato si batte per far ottenere alle donne la maggiore sicurezza dell'impiego contrattualizzato, e per renderle individualmente e collettivamente economicamente indipendenti e capaci di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. Povere ma tante, queste donne che aggiungono il suffisso bhen, sorella, ai loro nomi, hanno aperto una loro banca nel 1974, inventando di fatto il microcredito. 

   La giornata nell'Accademia di Sewa, sede degli uffici di formazione, informazione e comunicazione, inizia alle 10 del mattino. Sedute a gambe incrociate su file di stuoia, le sorelle cantano le preghiere concentrate e allo stesso tempo leggere, e praticano qualche posizione yoga. A quell'ora hanno già sbrigato tutte le faccende domestiche e familiari. Questo quarto d'ora di introspezione credo le aiuti ad affrontare con maggiore attenzione e con le giuste motivazioni le tante attività di Sewa, che le impegneranno fino alle 6 di sera. Tutte loro vivono in famiglie numerose, quelle sposate a casa dei suoceri, e le nubili a casa dei genitori. Sono donne tradizionali ma non conservatrici. Lavorano sodo e con grandi risultati per l'emancipazione femminile all'interno della cultura a cui appartengono con forte senso di identità, senza alcun bisogno di trasgressioni apparenti. Ci tengono a definirsi sindacaliste, ma occupandosi esclusivamente di donne, partecipano di fatto al movimento femminista che in India è molto attivo e variegato. Vestita in salwar kameez dai colori sempre luminosi, una sola donna occidentale fra di loro, definita da Veltroni giocosamente "la nostra assessora in India": Mariella Gramaglia. 

 

   Ela Bhatt

   Cosa è realmente cambiato nella vita delle donne indiane oggi?

   Le donne indiane non sono omogenee, quelle ricche delle aree urbane hanno molte opportunità, mentre la maggioranza ne ha ben poche. Le donne delle classi medie sono più informate, più motivate, e hanno più aspettative di un tempo. Quello che hanno in comune a qualunque classe appartengano, è che hanno realizzato l'importanza dell'educazione. Il dramma è che in India le istituzioni educative di base sono le stesse del periodo coloniale, e ai britannici interessava solo costituire una classe media fedele al loro potere.  E che non è ancora affatto chiara la centralità della classe lavoratrice. Ma io non sono affatto scettica sul futuro, anzi ne sono entusiasta, perché lo sviluppo non ha fatto diventare più povere le classi povere. Certamente è cresciuto il gap tra le classi, però ora ci sono nuove opportunità. In India due terzi della popolazione è fatta di giovani, e questa è già una grande opportunità.

   Quanto devi al femminismo?

   Il femminismo secondo me significa credere nella profonda uguaglianza della differenza. Se penso allo sviluppo e alla povertà, penso che le donne sono le leaders dello sviluppo. I beni sono più forti e più protetti nelle mani delle donne, e questa  non dovrebbe essere solo una micro-politica, dovrebbe diventare una politica generale. Le donne sono anche più aperte, e sanno apprezzare meglio le diverse alternative delle situazioni.  Io però, pur essendo femminista, non sono contro gli uomini. In realtà, non sono contro nessuno, non è questo il mio approccio.

    Io ho sempre pensato che la chiave, il punto cruciale per capire tutte le donne è il tema del lavoro.  Guarda, che anche Dio lavora. Pensa al ciclo del sole. Il sole scalda, l'acqua fa le nuvole, la pioggia cade, le piante crescono, si ara, e il primo raccolto lo si offre agli dei, e così l'anno dopo. Ogni cosa che la natura dà va restituita. Quindi tutti lavoriamo, anche Dio lavora. Ma, se abbiamo troppo, questo non è karma, questo diventa nutrimento del peccato, perché non è più quello che serve, ma qualcos'altro. La semplicità è senz'altro il valore più alto, sia da un punto di vista filosofico che pratico. Qui in India dobbiamo stare molto attenti a non cadere nella schiavitù del consumismo. Perché crea divisione e confusione, e fa perdere concentrazione. Il progresso è una cosa molto semplice se ci si concentra sulle vere opportunità. Non dobbiamo però dimenticare che con lo sviluppo i governi nazionali, tutti, sono diventati più deboli, mentre le compagnie imprenditoriali si sono rafforzate, e che è sempre molto importante non perdere i nessi delle organizzazioni internazionali di base.

   Perche' hai scelto di ritirarti?

   Dopo tanti anni di direzione, avevo ormai fiducia che Sewa sarebbe cresciuta forse ancora di più senza di me. Del resto, non è mica la proprietà di mio padre che ho ereditato! Volevo anche fare un esperimento di direzione collettiva.  In fondo, chi è il vero leader? Secondo me, è colui che è capace di far diventare leaders gli altri. Obiettivamente, poi, Sewa non è un posto di potere, ma di servizio. Non sono andata in pensione. Ho continuato a fare politica a livello nazionale, sono entrata in commissioni per il lavoro, per il microcredito, per il lavoro informale. Ho molto battagliato perché Sewa diventasse un sindacato riconosciuti a livello nazionale. Continuo a fare ricerca, e a livello internazionale seguo le attività della World Bank.

   Te lo ricordi Gandhi?

   Sì, me lo ricordo bene Gandhi, anche se ero una ragazzina, avevo solo 13 anni quando è morto. Lo vedevo passare davanti a casa mia, perché il Presidente del Congresso abitava sei case dopo la mia. Poi, un giorno, alle quattro del pomeriggio, mio padre è tornato a casa teso, e non capivamo cosa avesse, e a un certo punto ha detto: "Una stella è caduta". Allora ci siamo attaccati alla radio, eravamo terrorizzati che fossero stati i musulmani, perché sarebbe stata la fine dell'India. Invece, "per fortuna", erano stati i nostri fondamentalisti ad assassinarlo.

   

Sangeetaben ha 22 anni, e da 4 lavora per Sewa come insegnante di alfabetizzazione (leggere, scrivere, e far di conto, più le cosiddette life skills, cioè le norme basilari di igiene, sicurezza, e cura dei bambini, nonché quelle abilità per sbrigarsela nella vita come imparare a usare il telefono, riempire un modulo, riconoscere il denaro, leggere scale, pesi e misure). Le sue lezioni si svolgono sotto la tettoia di lamiera di una delle tante casette di Sabarnagar, lo slum dove abita anche lei. Mi invita a casa sua, nove metri quadri in cui vivono in sei, e prima che se ne andasse via il padre in sette. Mi offre una sedia e tutte le attenzioni con cui si onorano gli ospiti, e mi racconta la storia della sua famiglia e di tutto lo slum. Il governo, rifiutando di riconoscere la validità della proprietà di tutte le famiglie che vivono qui, ha ordinato lo sgombero esecutivo senza alcun indennizzo. Anzi, per una proroga di quattro mesi ha chiesto 500 rupie a persona, bambini compresi. Sabarnagar si affaccia su una sponda del fiume Sabarmati, e una volta passate le ruspe quei terreni varranno una fortuna. Come trovare le 500 rupie per tutti (le donne e i bambini dello slum guadagnano con i loro lavoretti da 10 a 50 rupie al giorno), e soprattutto dove andare? 

   Sangeeta è fortunata, almeno lei ha un buon lavoro e un futuro con Sewa, ma è un caso raro. Non altrettanto raro il caso di suo padre che ha abbandonato la famiglia. E tutti gli altri?

 

   Renukaben, ostetrica, dirige i corsi di formazione per dai, levatrici, quelle figure così importanti nella vita indiana. Mentre il governo cerca di spingere le donne ad andare a partorire negli ospedali, Sewa, di fronte al manfunzionamento degli istituti statali, dove le puerpere vengono spesso trattate male, e per di più soffrono dell'allontanamento dalle cure delle altre donne della famiglia, preferisce migliorare la formazione delle levatrici tradizionali, e arricchire il bagaglio delle loro esperienze con tutto ciò che di buono l'ostetricia e la pediatria hanno da insegnare loro. Una visione olistica che unisca il meglio di tradizione e medicina moderna è per Sewa la soluzione migliore e più realistica, visto che secondo il sindacato nel solo distretto di Ahmedabad il 60% delle donne continua a partorire a casa. A meno beninteso che il parto non sia difficile, nel qual caso l'ospedale diventa necessario. Peraltro, forse è bene ricordare che in India il tasso di urbanizzazione, secondo il censimento del 2001 e' solo del 25,73%, e che anche dentro le grandi città, specialmente tra le caste basse, spesso si tende a riprodurre il modello di vita del villaggio.

   Figure forti e autorevoli le dai, levatrici e pediatre, custodi archetipiche di rimedi tradizionali e segreti femminili. La maggior parte di loro, uccelli liberi, appartiene a caste basse, spesso sono vedove che ricevono gli insegnamenti dalle suocere. Da anziane, aggiungono il suffisso ma, mamma, al loro nome. Il corso di formazione di Sewa ha anche lo scopo di coinvolgere anche le donne giovani e di tutte le caste. 

   Figura forte, moderna e allo stesso tempo antica quella della loro insegnante ostetrica. Renukaben, carismatica e istrionesca, gode appieno dei privilegi della sua casta alta. E' divorziata dal marito medico da otto anni, e ammette apertamente di avere una storia speciale in un paese in cui il divorzio è ancora tabù. Ha un figlio architetto che vive a Delhi e una figlia stilista di moda a New York. Il figlio la viene a trovare spesso, la figlia un po' meno, il che è per lei un buon motivo per prendere l'aereo e andare in quel paese in cui si guadagnano un sacco di soldi, e ci sono ottime occasioni per realizzarsi nel lavoro, ma dove le persone corrono troppo, sono sempre stressate, e hanno perso il senso della vita. Senza ombra di dubbio, Renukaben preferisce al 100% la cultura e la tradizione indiana. Le dai che forma in una stanzetta torrida sotto un tetto di lamiera in un villaggio che ormai fa parte della periferia di Ahmedabad, incantate dai suoi gesti e dalle sue espressioni teatrali (è stata anche danzatrice) la ascoltano rapite, e la guardano come una regina. E qualcosa di regale c'è in lei, che vive in una bellissima casa tradizionale arredata con mobili appartenenti appunto alla famiglia reale e mille campane, circondata da un lussureggiante giardino tropicale. E che pratica yoga tutte le mattine all'alba e quando è nella posizione (che, sottolinea con disprezzo della contaminazione, si pronuncia asan, e non asana, all'inglese) del leone si trasforma in una leonessa e ruggisce da far paura. Si devono essere abituati ormai da tempo i suoi vicini di casa.

 

   Namrataben è une delle leaders che dirigono Sewa dal '93, momento in cui Ela Bhatt ha deciso di lasciare la guida del sindacato a spiriti più giovani, col desiderio di vedere con i suoi occhi come se la sarebbe cavata la nuova generazione formata dalla stessa associazione di donne. Intervistata sulla sua storia personale e politica, ci racconta di venire da una buona famiglia, che le ha fatto vivere un'infanzia felice, e le ha permesso di accedere alla migliore educazione, di laurearsi e di prendere il master in tecniche tessili. E' cresciuta accanto a una nonna forte che le ha insegnato a riconoscere il valore di tutte le culture, anche di quelle rurali, delle abilità proprie di ogni comunità, della forza di volontà e dei principi religiosi. Il cuore di Namrata è sempre stato vicino alle donne semplici, artigiane, rurali, tradizionali, al loro mondo di grande sfruttamento ma anche di tanta saggezza. Da loro ha imparato che le parole possono essere belle, a volte sembrare musica che viene dal cielo, ma che quando la pancia è vuota, non significano più niente. E dal loro enorme senso di accettazione ha anche imparato a relativizzare i problemi. In realtà, da giovane sentiva di appartenere contemporaneamente a due mondi, ma allo stesso tempo di non essere capita da nessuno dei due: nel mondo della sua famiglia di origine, le chiedevano perché non volesse trovare un'occupazione consona a tutti gli studi che aveva portato a termine brillantemente, e nel mondo delle donne semplici, non si sentiva accettata in quanto diversa: cosa c'era che non andava in lei, e perché non si sposava innanzi tutto? E' stata proprio Ela a indicarle la strada per armonizzare i due mondi lontani, e a suggerirle di stringere la vicinanza con le sorelle povere lavorando con loro per formarle ed organizzarle. Sewa l'ha aiutata a vivere quotidianamente gli insegnamenti gandhiani, prima di tutti quello di pensare a se stessi in termini neutri, e di non perdere mai di vista chi sta peggio. Quando Namrata è arrivata al sindacato, si è sentita a casa.

 

   Anche Miraiben è una leader di Sewa, e viene dalla migliore Mumbai cosmopolita, libertaria e ricca. I suoi genitori appartenevano alla prima generazione di studenti al tempo dell'Indipendenza, influenzati ovviamente da Gandhi, ma ancor di più da Nehru, più vicino per età, e soprattutto per il suo laicismo. Il padre era medico e fisico, e a casa, con i suoi amici scienziati si parlava dell'uso pacifico del nucleare. Con la madre di Miraiben avevano deciso di non accettare le regole del modello patriarcale indiano, e si sarebbero dedicati uno a guadagnare soldi per mantenere la famiglia, e l'altro al sociale, alternando i ruoli. Ma non ci fu il tempo, perché lui morì a 28 anni di cancro.  Così è stata la madre la figura più importante nella vita di Mirai. Rimasta vedova, rifiutò l'aiuto offerto dalla sua famiglia di origine e si mise a lavorare per la Siemens, diventando l'unica manager donna insieme ad una italiana. La casa era sempre aperta a donne che si separavano e che venivano a vivere da loro. Erano donne di alta estrazione, viaggiatrici, moderne, amanti della libertà.

   Mirai ha scoperto la povertà durante l'adolescenza, e ha trovato oltraggiosa l'enorme differenza fra il suo mondo e il mare di povertà che lo circonda. La decisione è stata immediata: avrebbe usato i suoi privilegi per aiutare i più deboli. Poi sono venuti gli anni dei campus universitari a Cambridge e a Harvard in Massachussets, a fine anni settanta, con il femminismo e la contestazione contro l'apartheid, Pinochet e lo sfruttamento dei lavoratori messicani. Le piaceva la medicina, ma preferì tornare in India, dove c'era e c'è ancora gran bisogno di social health.

   Nel frattempo era venuta a sapere del lavoro di Ela Bhatt, e tornata in India ha raggiunto Sewa. Dopo sua madre, Ela è diventata per lei la figura di riferimento più importante, come modello di ruolo e soprattutto per l'integrità realizzata in tutta la vita. L'ultimo consiglio che le ha dato Elaben pochi giorni fa è stato di stare il più vicino possibile alle donne povere, ai loro problemi e anche alla loro forza. Anche il movimento femminista, dice Mirai, dovrebbe mettere al centro le sorelle più deboli. Perché è facile per le donne dell'alta borghesia essere simili alle donne occidentali, ma le povere sono oppresse da tanti problemi pratici che devono essere risolti prima. In ogni caso, Miraiben si sente di dovere molto al femminismo.

 

   Mariella Gramaglia

   Nel tuo blog Ordito e trama scrivi che "Sewa, oltre ad essere un sindacato (ma senza classe operaia) è anche un movimento femminista senza radici nel filone americano ed europeo della "sexual liberation". Una realtà tutta indiana, ma tutt'altro che provinciale, con nessi e riconoscimenti in tutto il mondo." Pensi che questa realtà possa interessare anche la nostra, sia per quanto riguarda il sindacato che per quanto riguarda il sopito movimento delle donne?

   Assolutamente sì. Dirò cose un po' retrò, ma credo che la migliore lezione di Sewa per il movimento internazionale delle donne è la sua fiducia nella forza dell'organizzazione: una leadership molto strutturata, un grande impegno nel lavoro di base, una forte formalizzazione delle diverse aree d'intervento (la banca, l'accademia per la formazione e la comunicazione, le cooperative, etc...). Questo consente alle donne iscritte di “affidarsi” alle proprie dirigenti, di crescere, di pensarsi nel futuro.

Quanto al movimento sindacale, la difesa del “lavoro informale”, della sua dignità e dei suoi diritti, anche attraverso forme di self help e di mutualità, è la missione principale di Sewa. Anche da noi crescono, seppure in modo diverso, i lavori informali e atipici e, in questo campo, il nostro movimento sindacale non ha dimostrato molta creatività. 

   Cosa intendi quando dici che il tuo essere qui ad Ahmedabad con Sewa è "fare politica"?

   Io appartengo a una generazione che, forse esagerando, ha dilatato il significato della politica: “tutto è politica”, “il privato è politico”, sono stati i mantra della mia giovinezza. Poi, per spostamenti progressivi, l'universo si è via via ristretto fino a diventare soffocante. La politica è diventata il mestiere del ceto politico e io ho rischiato /temuto di diventarne prigioniera. Così sono venuta in India, da Sewa, dove molto è politica e, quello che non lo è, è scoperta, mistero, sfida alle idee preconcette.

   La giornalista americana Elizabeth Bumiller nel suo libro May You Be the Mother of a Hundred Sons scrive che lavorare con le donne significa anche lavorare con la propria femminilità'. Sei d'accordo?

   Sì, certo. Significa lavorare con il linguaggio, le emozioni, i simboli e anche le zone d'ombra della femminilità. Questo un po' l'ho sempre fatto, anche in Italia. Ma qui ti misuri con abissali differenze nell'universo simbolico. Pensa solo al fascino e alla distanza del politeismo: un mistero ormai quasi impenetrabile per noi che è vita quotidiana delle nostre amiche di Sewa. Di cosa parlano con le loro dee?

 

   In India, su 100 lavoratori 93 appartengono al settore informale. I lavori più umili sono svolti dalle donne indù delle caste basse e dalle musulmane. Si tratta di rovistatrici e riciclatrici di rifiuti, portatrici di pesi e tiratrici di carri, sigaraie di bidi, costruttrici di braccialetti, incensi e aquiloni, levatrici, manovali, sarte, ricamatrici e stampatrici di stoffe, arrotolatrici di stoppini per lumini votivi, cuoche, lavandaie, e cameriere di case, uffici e ospedali, mungitrici di vacche e raccoglitrici dei loro escrementi, e innumerevoli altre attività che si svolgono a casa o per strada.... a loro e alle donne che le hanno sapute unire ed organizzare è dedicato questo reportage.