Courageous Pakistani Women

NEL NOME DELL’ONORE

di Laura Salvinelli

 

   La storia di Malala, enfant prodige dell’attivismo che ha sfidato i talebani battendosi per il diritto allo studio e che è sopravvissuta alle pallottole che le hanno sparato in faccia da poca distanza su un minuscolo pulmino affollato di scolare, ha commosso tutto il mondo. Ora la coraggiosa ragazza vive al sicuro a Birmingham, e da lì continua il suo lavoro. Grazie a lei finalmente l’attenzione internazionale si è accorta che il Pakistan, insieme all’Afghanistan, la Repubblica Democratica del Congo e l’India, è fra i Paesi al mondo più pericolosi per le donne.

   Sono in Pakistan su incarico dell’Organizzazione Non Governativa italiana Cesvi, che fa parte del network Alliance2015 operante a favore delle vittime delle disastrose inondazioni del 2010-11 che hanno fatto 20 milioni di sfollati. Si tratta di uno dei più grandi programmi umanitari mai finanziati dalla Commissione Europea a un unico consorzio di ONG, che mira ad aiutare quasi 2 milioni di beneficiari. Nella provincia del Sindh per esempio, Cesvi si occupa di fornire gli shelter (casette in cui vivere non più piccole né peggiori di quelle tradizionali) e quanto serve per cucinare, di costruire latrine, istallare sorgenti d’acqua e formare gli sfollati su come affrontare futuri disastri nonché sull’importanza dell’igiene quotidiana. Il lavoro di Cesvi, focalizzato sulle donne, mi permette di incontrare pakistane dal Sindh (sul confine con l’India) al Khyber Pakhtunkhwa (su quello con l’Afghanistan) oltre che nella capitale Islamabad, e di continuare il mio progetto sulle donne coraggiose dei Paesi che più odiano le donne.

   Le continue catastrofi naturali, la guerra dei droni americani e dell’esercito pakistano contro i militanti armati nelle FATA (Aree Tribali di Amministrazione Federale), l’irrisolta tensione con l’India, i talebani e i vari gruppi di terroristi e criminali, la presenza di tante armi e di armi nucleari, il sistema legislativo che oltre alla legge dello Stato comprende la Sharia e le leggi tribali dei consigli degli anziani che nulla hanno a che fare con la giustizia, il sistema feudale di proprietari terrieri e schiavi della gleba che nega l’esistenza dei diritti umani, rendono il Pakistan molto pericoloso in assoluto e soprattutto per le donne. Solo durante i 2 mesi in cui ho lavorato per questo servizio, un terremoto ha devastato il Beluchistan, attentati terroristici hanno insanguinato la chiesa cristiana e il bazar di Peshawar, un drone americano ha ucciso il capo dei talebani Hakimullah Mehsud, e questi l’hanno sostituito con Maulana Fazlullah, lo stesso che ordinò di uccidere Malala. Sono le donne a portare il carico di sofferenze maggiore per le catastrofi e le guerre, oltre che per il codice d’onore di una società radicalmente patriarcale quando non proprio misogina, che ha male interpretato il messaggio del Corano, a detta di donne che si sentono profondamente islamiche. E molte di loro, come la loro sorella minore, stanno cominciando a scoprire i loro diritti e a lottare.

 

   “Io, Mukhtaran Bibi del villaggio di Meerwala, contadina di casta Gujar, mi confronterò con il potente ed aggressivo clan dei proprietari terrieri locali in rappresentanza della mia famiglia.

   Mio fratello minore Shakur è accusato dai Mastoi di aver “parlato” a Salma, una giovane donna del loro clan. Shakur ha solo dodici anni, mentre Salma ne ha più di venti. Sappiamo che mio fratello non ha fatto niente di male, ma se i Mastoi hanno deciso diversamente, noi Gujar dobbiamo inchinarci alla loro pretesa. Così è sempre stato.”

   Non è l’inizio di una favola crudele di un tempo arcaico, di una terra ancestrale. E’ il 22 giugno 2002, data d’inizio del caso giudiziario ancora aperto che ha cambiato la legge pakistana sullo stupro e trasformato la povera contadina analfabeta Mukhtaran Bibi in Mukhtar Mai (rispettabile sorella maggiore), icona, grande militante, eroina delle donne della “terra dei puri” e di tutto il mondo. Così comincia l’autobiografia “Disonorata”, pubblicata in Italia da Cairo Editore nel 2006, scritta con l’aiuto di Marie-Thérèse Cuny quando la protagonista parlava solo la lingua saraiki.

Incontro l’eroina in una guest-house della periferia di Islamabad, una topaia per i nostri standard. Alle otto del mattino Mukhtar ha già fumato troppe sigarette, e mi accoglie nella camera angusta che condivide con altre 2 donne. Questo il suo caso: nel 2002 suo fratello Shakur, un bambino di 12 anni, viene visto scambiare uno sguardo con Salma, una donna di 27 anni del clan dei signori feudali, ed è subito accusato di averla violentata. Il consiglio degli anziani, jirga, presieduto dal clan dei proprietari terrieri, “in nome dell’onore” condanna Mukhtar allo stupro di gruppo da parte degli stessi appartenenti al clan.  Questo ristabilirà il giusto rapporto gerarchico fra i padroni e i contadini. “Il mondo feudale è regolato dalla legge del cosiddetto onore e della vendetta” sostiene la militante. Shakur era stato già sodomizzato dagli stessi signori per la colpa che non aveva commesso.  Dopo l’”infame sottomissione” la “docile contadina” allora trentenne e divorziata - si era riconquistata il rispetto della comunità insegnando il Corano ai bambini - passa 4 giorni meditando di suicidarsi, perché questo è il destino che spetta alle donne violentate per restituire l’onore a se stesse e alle loro famiglie, ma poi, cosa del tutto inaudita, armata solo di potente rabbia e di vero senso dell’onore, si ribella e osa denunciare. Il primo tribunale che giudica il suo caso, un tribunale contro il terrorismo, le dà ragione e condanna i 6 colpevoli alla pena di morte e la risarcisce con un assegno di mezzo milione di rupie (8.000 dollari), che lei in un primo momento rifiuta, perché non si batte per denaro ma appunto per onore, e poi decide di accettare per fondare una scuola per bambine, la prima e unica del suo villaggio, perché siano istruite e capaci di difendersi. La sua storia raggiunge la stampa internazionale e Mukhtar diventa un’icona, vince prestigiosi premi e incontra i potenti del mondo, mentre i signori feudali fanno ricorso e vincono un appello dopo l’altro, rimanendo tuttora impuniti. “Non ho mai sentito di un solo colpevole giustamente punito” mi dice. “Nel sistema legale pakistano la legge dello Stato convive con la legge islamica della Sharia e con le leggi tribali dei consigli degli anziani. Le leggi tribali non hanno niente a che vedere con la giustizia, servono solo a mantenere i rapporti di potere nel mondo feudale, e le donne, come i vulnerabili, sono vittime di vendette: per colpe vere o no di membri delle loro famiglie allargate possono essere sfigurate con l’acido o col taglio del naso, violentate o lapidate. Dopo il mio caso, nel 2006, è stata cambiata la legge sullo stupro, che non può più essere giudicato dalla Sharia (secondo cui le vittime, senza il sostegno di 4 uomini testimoni oculari dello stupro, vengono condannate per adulterio) ma solo dalla legge dello Stato, tuttavia questa giustizia è lenta da applicare e i giudici sono spesso corrotti.” Da donna occidentale del terzo millennio non posso non inorridire al sapere che la nuova legge del 2006 conferma in mano alla Sharia il giudizio dei rapporti sessuali extramatrimoniali (sono considerati tali anche quelli dei matrimoni liberi, non imposti dai clan), che prevede pene che vanno dalla fustigazione alla lapidazione dei “colpevoli”. Mi sembra che il triplice sistema legale pakistano corrisponda alla convivenza di tre tempi diversi: qui siamo contemporaneamente nel 2013, nel 1435 del calendario islamico, e nel tempo arcaico della società tribale feudale.

   Mukhtar, che ora potrebbe facilmente espatriare, preferisce continuare a vivere - con la sua famiglia d’origine, Nasir Abbas Gabol, il poliziotto che ha sposato nel 2009, la figlia Dua di 4 anni e il figlio Hussein di 2  - nella casa in cui è cresciuta nel villaggio del Punjab, a cento metri dalla casa degli uomini che l’hanno violentata. “Viaggiare è l’aspetto peggiore della mia nuova vita” mi dice ridendo. “L’ultima cosa al mondo che avrei pensato di fare è prendere un aereo, ma mi piace conoscere nuovi posti e persone, perché da ognuno imparo qualcosa. Comunque la mia lotta è qui. Prima del mio caso c’erano tante violenze contro le donne e nessuna osava ribellarsi, ora invece sono in molte a farlo. Le donne istruite e civilizzate delle classi alte sono sempre state emancipate nel mio Paese. Il grande cambiamento è la nascita della consapevolezza dei diritti delle donne povere rurali, resa possibile dalle battaglie come la mia. Sono fiera dell’organizzazione che dirigo, che comprende una casa di accoglienza e un centro di soccorso per le donne che hanno subito violenza, con un’unità di soccorso mobile per le emergenze, oltre alla scuola, che ha permesso di studiare ormai a 1.000 bambine”. E da militante conclude: “Attraverso di te invito tutti a conoscere la realtà della nostra scuola visitando il sito www.mukhtarmai.org”.

 

  Di ben altra estrazione sociale è un’altra donna dalla storia straordinaria: Ayesha Gulalai Wazir, a 26 anni la parlamentare più giovane nonché la prima donna eletta proveniente dall’ultraconservatrice unità amministrativa delle FATA (Aree Tribali di Amministrazione Federale), sul confine con l’Afghanistan. Incontrare una donna in Pakistan vuol dire incontrare anche la sua famiglia: l’onorevole si presenta accompagnata dalla madre e, quando ci spostiamo per andare a pranzo, scopro che alla guida non c’è un autista, ma il fratello maggiore, che la segue sempre, aspettandola in macchina. Altre 2 persone non presenti fisicamente ma nominate in continuazione sono il padre e la sorella. L’onorevole, che già da bambina era stata notata e incoraggiata da Benazir Bhutto –“mi chiamavano la giovane Benazir” – ha fatto parte del PPP (Partito Popolare Pakistano) fino all’assassinio della prima musulmana primo ministro e ora – “dopo la sua morte, il partito non è più lo stesso” - si è unita al PTI (Movimento Pakistano per la Giustizia) dell’ex capitano della nazionale di cricket del Pakistan Imran Khan, secondo per voti e terzo per seggi alle elezioni del 2013. Il PTI si batte contro gli attacchi dei droni americani e l’intervento armato pakistano nel Waziristan, causa di maggiore radicalizzazione e terrorismo. “Devo tutto a mio padre, ripudiato dal potente clan Pashtun dei Wazir, perché permise a mia madre di continuare a studiare dopo il matrimonio. Eravamo una famiglia di originali e reietti: mio padre credeva nell’uguaglianza dei diritti, mia madre insegnava retorica e drammaturgia, mia sorella Maria Toorpakai andava in bici vestita da maschio e io partecipavo alle entrate di famiglia con i premi vinti alle gare di dibattito filosofico. Maria ora ha 22 anni, è campionessa di squash e da 2 anni è stata costretta da troppe minacce ad espatriare in Canada. Ma noi viviamo qui e qui combattiamo la nostra jihad per i diritti umani, non solo delle donne ma anche degli uomini delle tribù, finora totalmente ignorati dal Governo. La frustrazione del popolo tribale è diventata militanza e terrorismo. Il popolo tribale non ha bisogno dell’intervento armato pakistano e degli attacchi dei droni americani ma di scuole, ospedali e lavoro”. E aggiunge, molto determinata: “non ho nessuna intenzione di sposarmi: ho scelto di consacrarmi totalmente alla mia missione”.

 

   Nel Paese in cui le donne non possono uscire di casa se non accompagnate dai fratelli maggiori, un’altra storia di realizzazione in delicato equilibrio tra tradizione e innovamento è quella di Samina Baig, che a 22 anni, prima donna pakistana e più giovane alpinista della sua nazione, a maggio ha scalato l’Everest. Ci incontriamo nel delizioso Saidpur Village costruito in epoca Moghul alle pendici delle Margalla Hills, che incoronano Islamabad di dolce bellezza. “Sono nata nel villaggio di Shimshal a 3.300 metri d’altitudine nella valle di Hunza. L’infanzia è stata felice ma dura, senza elettricità né acqua né mezzi di comunicazione. Fino al 2003 bisognava camminare per 3-4 giorni nei sentieri per raggiungere Shimshal, perché non c’era la strada. Però andavo a scuola, e a 4 anni già mi arrampicavo con mio fratello Mirza Ali, di 7 anni più grande di me. Ho imparato tutto dall’ismailismo (una corrente dell’Islam sciita), che insegna una vita equilibrata senza discriminazioni” – effettivamente la valle di Hunza è un’eccellenza del Pakistan per la totale alfabetizzazione e il maggior riconoscimento dei diritti delle donne – “e da mio fratello, che è il mio mentore, il mio allenatore, il mio ufficio stampa.  Abbiamo chiamato la spedizione sull’Everest ‘uguaglianza di genere’”. In vetta all’Everest, Samina e le due gemelle indiane Tashi e Nugshi Malik di 21 anni hanno piantato accanto le 2 bandiere nazionali, come simbolo di pace e amicizia. “I giovani vogliono educazione per tutti, uguaglianza per le donne, lavoro, sviluppo e prosperità. Tutto questo si ottiene in pace, non in guerra” aggiunge Mirza Ali, appena tornato da una breve arrampicata nei dintorni. Ora Samina deve recuperare gli esami perduti per la sua impresa, e già sogna di realizzare il progetto di conquistare le 7 vette più alte dei 7 continenti. Sempre accompagnata, naturalmente, dal fratello maggiore.

 

   Infine, tra campagne di sensibilizzazione e training sull’igiene per donne del progetto dell’ONG Cesvi nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa (un tempo chiamata Frontiera del Nord Ovest) – parte di Alliance2015 e sostenuto dalla Commissione Europea – a favore degli sfollati di guerra provenienti dalle FATA, le aree tribali, mi faccio raccontare la storia di Zeenat Himayat, 34 anni. “4 anni fa lavoravo per un’organizzazione umanitaria internazionale quando un gruppo di talebani o banditi, non si è mai chiarito chi fossero, ha fatto irruzione nel nostro ufficio. I malviventi hanno radunato i 9 colleghi presenti, hanno tagliato i fili del telefono, si sono fatti consegnare i cellulari, le borse e le chiavi della cassaforte. Io, che ero nella mia stanza, con un balzo ho fatto in tempo a rintanarmi nel bagno, senza chiudere la porta a chiave, perché ho pensato che se avessero trovato chiuso a chiave avrebbero fatto fuoco per aprire. Da lì ho ascoltato tutto, trattenendo il fiato. Dopo aver accusato le mie colleghe di lavorare per un’organizzazione straniera, i terroristi hanno massacrato uomini e donne con i kalashnikov e con le granate, che hanno lanciato sulle bombole del gas dei fornelletti con cui cucinavamo. La stanza intera è crollata per le esplosioni, ma il bagno in cui ero è rimasto miracolosamente intatto. Quando se ne sono andati, sono uscita e ho trovato tutti i miei compagni di lavoro a terra, fra sangue e macerie. Il primo cadavere era quello di un autista, con un foro sulla fronte. Mi sono inginocchiata e mi sono messa a pulire i visi dei morti. Così ho scoperto che il secondo corpo, senza una mano, era della mia compagna di stanza, una giovane amica che era al suo primo lavoro. 2 erano ancora vivi e sono sopravvissuti, sebbene feriti gravemente”. Dopo 8 mesi a casa Zeenat ha ricominciato coraggiosamente a lavorare per mantenere 5 figli, che ora sono diventati 7, il marito, militare in pensione che non ha mai più trovato lavoro, e i suoceri. La sua è una storia mossa da idealismo più familiare e quotidiano, ma non per questo meno coraggiosa. La donna, nata da contadini poveri, lavorando per le organizzazioni internazionali, ora per Cesvi, ha cambiato il suo destino e quello dei suoi figli. Quando mi dice: “Sono felice di sapere i miei figli fieri di me” penso che anche lei lavori “nel nome dell’onore” delle donne pakistane.