Sudanese Women of Medicine

LE GUERRIERE INVISIBILI DEL SUDAN

di Laura Salvinelli

 

 

   Per avvicinarmi alle donne del Sudan ho scelto di esplorare il mondo delle donne di medicina, perché diventare medico, insieme all’insegnamento, è il sogno di tutte le bambine che vanno a scuola. Dovevo scegliere una prospettiva da cui iniziare il mio reportage: la vastità del Paese, che prima della separazione dal Sud Sudan era il più grande dell’Africa, e soprattutto la sua complessità lo rendono di fatto un insieme di nazioni diverse per lingua, religione e gruppi etnici suddivisi in una straordinaria moltitudine di clan, lignaggi e suddivisioni tribali. L’incarico di documentare fotograficamente il programma di rafforzamento del servizio sanitario sudanese della Cooperazione Italiana allo Sviluppo, finanziato dall’Unione Europea, mi ha permesso di incontrare donne dalla capitale ai più remoti villaggi di capanne di fango e paglia in tre Stati dell’Est - Gedaref, Cassala e Mar Rosso. E’ stata per me l’occasione per seguire un grande sogno. La medicina si è rivelata un filo d’Arianna prezioso, perché ha a che fare con il corpo, e il corpo delle donne è la base del femminismo. Mi sono sorpresa a parlare di femminismo con donne che vivono sotto la Sharia dal 1983 e che sono infibulate da tempo immemore, ben prima dell’arrivo dell’Islam.

   Quel poco che si sa delle sudanesi proviene soprattutto dalle testimonianze delle rifugiate all’estero, che raccontano atrocità di guerra e schiavitù. Nella loro patria si è svolta la guerra civile più lunga del continente africano (1955-1972 e 1983-2005) e sono tuttora in corso i conflitti - vergognosamente ignorati dai media - del Darfur e Kordofan. Il Paese è governato dal 1989 dall’appena riconfermato presidente/dittatore Omar Hasan Ahmad al-Bashir accusato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja di crimini contro l’umanità in Darfur fra cui genocidio, pulizia etnica, stupri e deportazioni di massa. La censura è talmente potente da negare la guerra, che c’è, ma non si può vedere, né se ne può parlare.  Allo stesso tempo negli Stati in pace è ben radicata l’influenza del sufismo, la dimensione più mistica e tollerante dell’Islam. Le donne vivono in una società radicalmente patriarcale eppure sono molto forti e laddove lavorano fuori di casa esercitano ogni tipo di professione. Ben poche figure sono emerse e ben poco se ne sa in Occidente, ma in terra di guerre e di tribù guerriere, in uno dei luoghi più pericolosi al mondo, le donne sono le guerriere invisibili del Sudan.

   Parlando con Nafisa Bedri, docente della facoltà di Salute riproduttiva delle donne e direttrice dell’Ufficio Relazioni Internazionali dell’Università per le donne Afhad, la prima e maggiore università privata del Sudan, frequentata da oltre 7.000 studentesse provenienti da 26 nazioni prevalentemente africane, mi rendo conto di essere di fronte al volto illuminato dell’Islam. 48 anni, di cultura robusta e intelligenza sottile, la professoressa è erede e portatrice di fiaccola di una grande famiglia. “Questa università è la realizzazione del sogno di un uomo che comprese che le donne sudanesi hanno bisogno di educazione per svilupparsi. Lo Sceicco Babiker Badri (le traslitterazioni dall’arabo si scrivono in una moltitudine di modi diversi) - che fondò la prima scuola per ragazze nel 1907 in una capanna di fango - era zio di mia madre, e sono imparentata con lui anche da parte di mio padre, cugino di mia madre. Inoltre anche io ho sposato un mio cugino, uno dei Babiker della famiglia: insomma, sono totalmente dentro a questo sogno dell’educazione, al punto di sentirlo a volte come un peso, quando sento che il mio cammino è stato tracciato da altri. Ma soprattutto mi sento fortunata di far parte di una famiglia che, anche se non tipicamente sudanese, è profondamente tradizionale e allo stesso tempo moderna.” Nella visione della famiglia Badri/Bedri non vi è contraddizione tra l’insegnamento del Corano e la difesa dei diritti umani propria del mondo moderno: l’Islam si evolve nella piena accettazione della tradizione, dal suo interno.  “Il rispetto della donna è al centro del messaggio del Profeta, che la pace sia con lui. La nostra campagna contro la mutilazione genitale femminile, per esempio, è in nome della misericordia, e si basa sulla regola fondamentale della nostra religione che bisogna evitare ciò che è dannoso: quella pratica lo è sicuramente, dunque va abolita. Io me ne occupo molto per il mio lavoro, ma nella mia famiglia non se ne discute nemmeno, semplicemente è stata ripudiata dalla generazione delle persone che ora hanno sessant’anni.”

Nafisa Bedri vive da 26 anni nel campus universitario a Omdurman insieme al marito e ai tre figli, che hanno tutti studiato e studiano alle scuole Afhad. La primogenita Khadija a 24 anni ha realizzato il sogno di diventare medico.

   “Tutte le donne sono infibulate”: parola sicura di Shadia Mohammed Karrar, 46 anni, infermiera, levatrice e formatrice di levatrici, formidabile ‘Mamma Africa’ che aiuta a far nascere 60 bambini al mese. “Ed è una pratica sbagliata, dannosa per le donne e i figli che partoriscono, e neanche nominata dal Corano.” Però, con la tipica contraddizione delle levatrici diplomate, ammette di averla dovuta far praticare a sua figlia, anche se nella forma più leggera (ci sono 3 livelli di mutilazioni che vanno dall’asportazione parziale della clitoride a quella totale e al taglio delle piccole e grandi labbra con cucitura, appunto l’infibulazione). E scarica la responsabilità sulla famiglia del suo ex-marito, da cui ha divorziato, e a cui ha dovuto secondo tradizione lasciare i due figli maschi. Siamo in un mondo – e in un tempo – molto remoto, nel villaggio ultra-ortodosso di Hamashkoreeb (Stato di Cassala). Qui l’atmosfera sudanese lievemente malinconica e incantata diventa quasi teatrale. Il villaggio è da sempre diviso in due parti: una per gli uomini e una per le donne e i bambini. I mariti possono incontrare le mogli esclusivamente da mezzanotte all’arrivo delle prime luci dell’alba in una tenda speciale nel cortile delle case delle donne. Per il resto, gli uomini vivono con gli uomini e le donne con i bambini. L’esistenza delle donne si è sempre svolta all’interno di una prigione di pochi metri quadrati. L’arrivo di Shadia è una grande novità. “Formando le levatrici, che tradizionalmente lavorano con strumenti non sterilizzati e tentano di bloccare le emorragie con la terra, si salvano le vite di molte donne e neonati. Inoltre, il solo fatto di uscire di casa per partecipare ai corsi, è un passo importante sul cammino del riconoscimento dei loro diritti.” Il training, che si svolge naturalmente nella parte riservata alle donne, è affollato da figure che sembrano fantasmi, completamente fasciati, anche i visi, nei veli bianchi, il colore tradizionale delle persone di medicina. La sera, riposta la mia macchina fotografica nella borsa, le levatrici si tolgono il velo bianco uscendo come farfalle dai colori sgargianti dai loro bozzoli. La grazia e l’accoglienza delle donne e la bellezza scintillante del cielo stellato della notte passata con loro sono al di là della mia capacità di scrittura.

La formazione delle levatrici, anche se mi sta particolarmente a cuore, è solo una delle tante attività che ho documentato per la Cooperazione Italiana. Il programma di sostegno ai servizi sanitari nell’Est del Sudan (‘Promoting Qualitative Health Services’) - finanziato dall’Unione Europea e implementato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale - opera sinergicamente pure collaborando con i ministeri e le autorità locali, riabilitando e costruendo opere civili, fornendo attrezzatura medica, medicinali e assistenza tecnica, finanziando corsi e borse di studio, formando operatori sanitari.

   A Khartoum, nella villa che è la sua clinica, un centro per donne e la sua casa, incontro la sudanese che ha realizzato per prima il sogno di diventare medico, Nahid Toubia. Chirurgo pediatrico e ricercatrice/attivista di diritti sessuali e riproduttivi, ribelle, femminista, madre single di una figlia adottata, dichiaratamente non religiosa, incarcerata per l’opposizione all’islamizzazione del governo, come ce l’ha fatta, e come può ora vivere in Sudan? “Vengo da una famiglia cristiana copta particolarmente liberale che mi ha sempre incoraggiata, a partire dal nome che mi ha dato mia madre in onore di Nahid Sirri, femminista egiziana degli anni ’40. Con l’appoggio dei miei e tutto il mio impegno ho sempre trasgredito le restrizioni imposte alle donne. Ho studiato sodo, e sono riuscita a diventare medico in Egitto, chirurgo in Inghilterra e chirurgo pediatrico in Sudan. Sono anche ricercatrice e attivista di diritti di salute sessuale e riproduttiva. Penso che la mutilazione genitale femminile abbia a che fare con la clitoride e con il piacere delle donne, che sia un attacco alla loro sessualità e autonomia, quindi il punto è abolirla e liberare le donne. E penso che sia una questione africana che può avere il sostegno di tutto il mondo, ma va risolta dalle donne africane. Ho capito che per sopravvivere avevo bisogno di rendermi indispensabile. Sono stata il primario di chirurgia pediatrica dell’ospedale di Khartoum e ho aperto la prima clinica privata. Sono rimasta in patria fino al 1988, quando con le bombe di Hamas all’hotel Acropole e al Sudan Club mi sono resa conto che gli islamisti avrebbero preso il potere e ho deciso di andarmene. Sono stata 20 anni negli USA dove la mia professione si è rafforzata. Ora ho 63 anni, e mi sento protetta da tutto quello che ho fatto e dall’età. Non ci sono tante anziane qui con le mie caratteristiche! Inoltre Il Sudan si è evoluto, non per la politica, che è pessima, ma per le dinamiche sociali, l’urbanizzazione, i viaggi, internet. Ho bisogno del sole e amo profondamente il mio Paese, dove c’è tanto da fare. Sono qui per dire ‘ehi, se ce l’ho fatta io ce la potete anche fare voi!’ e, fino a che non mi puntano una pistola alla testa, non me ne vado.”

   Infine, dopo storie sorprendentemente positive, è doveroso ascoltarne almeno una di chi ha vissuto la tenebra e la può raccontare solo da lontano. Halima Bashir nasce nel 1979 in Darfur e nel suo nome, Halima, in onore alla curatice che salvò la vita di suo padre e nel suo soprannome, Rathebe, omaggio invece alla cantante jazz ed attivista sudafricana che si batteva contro l’apartheid Dolly Rathebe, è scritto il suo destino di medico e ribelle. Quella che diventerà il primo medico di etnia Zaghawa nasce e vive un’infanzia dorata in un remoto e semplice villaggio del Darfur, amata e educata da tutta la famiglia allargata e soprattutto da due figure eccezionali: l’indimenticabile focosa e furiosa nonna dal cuore d’oro, che incarna appieno la fierezza del suo popolo guerriero, e il padre moderno e riformista, che la mette in contatto col mondo esterno e con la passione per la politica, e che le permette di laurearsi in medicina invece di sposarsi a 12-13 anni e pensare solo alla famiglia per tutta la vita, come tutte le altre ragazze del villaggio. L’infanzia è adombrata solo dall’infibulazione a 8 anni, che Halima vive come deprivazione della sua femminilità e tradimento da parte della sua famiglia, che mai perdonerà alla tradizione. Purtroppo è solo il primo degli shock che Halima/Rathebe dovrà affrontare: seguiranno gli orrori del genocidio del Darfur conosciuti prima da medico - curando i ribelli feriti e più di 40 bambine tra i 7 e i 13 anni stuprate a scuola, insieme a una loro insegnante, mentre l’esercito sudanese bloccava le porte impedendo il loro soccorso – e poi sulla sua pelle e sulla sua anima – con le violente intimidazioni da parte delle autorità, lo stupro e le sevizie di gruppo ripetute per tre giorni, e infine la distruzione totale del suo villaggio da parte delle milizie Janjaweed, col massacro della sua gente, fra cui suo padre, e la dispersione dei superstiti della sua famiglia. Quello che rende anche la sua storia straordinariamente positiva è che, armata dello spirito guerriero della nonna, Halima Bashir non ha mai perso quello che definisce come il senso di sé, il proprio orgoglio nella sua identità. Dal 2008 ha ottenuto l’asilo politico in Gran Bretagna, dove ora vive insieme al marito e al figlio, lavorando per organizzazioni umanitarie contro il genocidio e la tortura, e continuando a cercare i suoi familiari dispersi. Ha scritto la sua biografia con l’aiuto di Damien Lewis in “La bambina di sabbia” (Sperling & Kupfer, 2011).