Hung by a Thread/Soda Children of Sierra Leone

APPESI A UN FILO / SIERRA LEONE - I BAMBINI DELLA SODA 

di Laura Salvinelli

   

  Goderich: Dio arriva. Quando? Secondo il popolo fula Dio è già arrivato, secondo i temne invece arriverà. C’è anche chi, come Sonia Johnson - colta e benestante nipote dell’unico sindaco donna di Freetown, Constance Cummings-John - che si definisce la “miglior paziente dell’ospedale” con più di 200 fra interventi e medicazioni, sostiene che sia l’ospedale di Emergency Dio arrivato a Goderich, Freetown. O come Beatrice Godwin, la pescivendola dello slum delle “Shallow Waters” (acque basse) che si sveglia tutti i giorni alle 4 per sfamare la sua famiglia che mantiene da sola da quando il marito se n’è andato via 20 anni fa e mi fa sentire al cospetto di Mamma Africa, che mi dice di non credere negli spiriti degli antenati, ma nell’ospedale gratuito per tutti. Una dei suoi 6 figli morì a 12 anni: si ammalò, la portò in un ospedale del governo ma non fu in grado di pagare le cure, e la bambina tornò al creatore.  Emergency pratica chirurgia di guerra per le vittime civili, ma rimane in Sierra Leone dopo 15 anni dalla fine del conflitto, che ha fatto 75.000 morti, mezzo milione di sfollati e un numero incalcolabile di feriti e mutilati. C’è stata l’epidemia di Ebola dal 2014 al 2016. E soprattutto, c’è una guerra silenziosa che miete più vittime dei conflitti e di Ebola: la Sierra Leone è uno dei Paesi più poveri del mondo (181° su 186 nella graduatoria dell’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite), dove il 57% della popolazione vive con poco più di un dollaro al giorno, l’aspettativa di vita è di 50 anni, 161 bambini su 1.000 muoiono prima di raggiungere i 5 anni di età, 1 donna su 100 muore partorendo. Per questo Emergency rimane nella capitale col suo ospedale chirurgico - dove le 3 sale operatorie lavorano contemporaneamente giorno e notte, i 98 letti (compresi quelli per bambini) sono sempre occupati, nelle sale terapia intensiva, medicazioni e fisioterapia e nel pronto soccorso si trattano in media 106 pazienti al giorno – e quello pediatrico - dove si visitano 150 bambini al giorno - oltre ai posti di primo soccorso di Waterloo e di Lokomasama. L’ospedale è una cittadella con la sua farmacia, i laboratori analisi, gli uffici amministrativi e logistici, la sartoria che produce tutta la biancheria e i camici dello staff, dei pazienti e delle mamme dei bambini, la lavanderia, la cucina, la falegnameria, l’officina riparazioni, il centro smaltimento rifiuti, i container di stoccaggio e i generatori. Le medicine e tutte le cure e i servizi - d’eccellenza secondo lo standard occidentale - sono completamente gratis. Emergency è anche l’unica struttura a prendersi cura dei “bambini della soda”. La Sierra Leone è un piccolo Paese che si è fatto conoscere per grandi storie: la guerra civile, la produzione dei diamanti insanguinati, i bambini soldato (di cui il 30% bambine), Ebola, per ultima l’alluvione catastrofica di agosto. Ora che l’attenzione internazionale si è spostata su altre grandi storie, bisogna ricordare che la povertà uccide più della guerra. E che anche le “piccole” storie, come quella dei bambini della soda, meritano attenzione.

   Un’ONG di cui nessuno fa il nome, per uno di quei progetti che vanno molto di moda su ciò che definiscono “empowerment” delle donne, e che non ha evidentemente mai messo piede sul campo, o se l’ha fatto, con grave disattenzione, ha insegnato a produrre in casa il sapone con la soda caustica. Basta entrare una sola volta in uno slum, perché sono le donne che abitano negli slum ad aver bisogno delle piccole attività redditizie, per capire che l’idea è pessima. Beatrice mi ha accolta in casa, una delle tipiche unità abitative degli slum. I sierraleonesi sono molto ospitali, le famiglie allargate, e le porte delle case degli slum sono sempre aperte. La sua tipica casa è composta da un’unica stanza di 3 metri per 4 tenuta al buio per il gran caldo e una verandina di 1 metro per 3, in cui vivono in 6. Non ci sono luoghi sicuri, inaccessibili, in cui poter tenere sostanze pericolose lontano dalla portata dei bambini. Peraltro, il sapone si può produrre altrimenti. Comunque, questa pessima idea è stata approvata, finanziata e realizzata. Come conseguenza, centinaia di bambini ingeriscono la soda per sbaglio, pensando che sia acqua, sale o zucchero. Ho anche conosciuto un raro caso di tentato suicidio: Fatmata Kamara, che l’ha presa per morire a 12 anni, dopo essere stata violentata dal fratello del padre, accusata dalla famiglia di averlo provocato e cacciata di casa. Ma la maggior parte degli incidenti avviene quando i bambini sono molto piccoli. Il trattamento possibile a Freetown è la dilatazione dell’esofago in via endoscopica e, nei casi peggiori, la gastrostomia (si posiziona un tubo nello stomaco per l’alimentazione quando l’esofago è chiuso). Il filo da pesca che entra nel naso dei bambini serve a non far chiudere del tutto l’esofago e a guidare l’endoscopia. Lo scorso anno Emergency ha eseguito 256 interventi fra endoscopie e gastrostomie, affrontando senz’altro solo parte degli incidenti: molte persone non portano i figli all’ospedale non intervenendo – magari pensando che gli incidenti e le malattie rientrino in un altro ordine di cose - o ricorrendo alla medicina tradizionale che in questo come altri casi è inutile o nociva. I casi peggiori se trascurati muoiono. Anche quelli che vengono trattati hanno bisogno di particolare attenzione: devono essere medicati e nutriti solo con cibo frullato. Non tutte le mamme sono disponibili a tanta attenzione per un figlio solo, ammesso che ci siano. Ma ci sono anche mamme modello come Mantene Swaya, mamma di Masakagbo, 6 anni, che accompagna premurosamente la bambina al centro di Goderich tutti i mesi per le medicazioni. “L’incidente è avvenuto nel 2012. Ero dovuta uscire per un’emergenza, e Masakagbo per sbaglio ha bevuto la soda con cui una vicina produceva il sapone. Ho due figlie un figlio. Mio marito a seguito dell’incidente ci ha abbandonati perché non sapeva come affrontare il problema”.

   “Anche se qui c’è molta disoccupazione, le donne si danno da fare più degli uomini. Vendono arachidi, cibi cucinati, producono sapone (è per questo che avvengono tanti incidenti dei bambini con la soda), scarpe, borse, insegnano, aprono birrerie, producono gingerino e altre bevande… Lavorano e quando tornano a casa si prendono cura della casa e dei figli. Pagano le rette scolastiche.” A parlare segnando ogni concetto con un colpetto della mano sul tavolo è la dottoressa Jane Babadi, classe 1945, pasionaria della pediatria. “ Con la guerra persi tutto: mio padre, mio marito, la mia professione, tutte le proprietà di famiglia. Arrivai a produrre e vendere il ghiaccio per 2 anni. Per fortuna mia madre mi aveva insegnato a mangiare con le posate a tavola come con le mani nella pentola, a camminare con le scarpe come a piedi scalzi. Dopo la guerra ho ricominciato daccapo. Ho cresciuto da sola le mie figlie, una ora è ingegnere del petrolio e l’altra è all’ultimo anno di medicina, dopo aver lavorato come farmacista”. A Beatrice, une delle “market queens” che regnano indiscusse nei tanti mercati e sostengono con la loro fatica le famiglie numerose, spesso da sole, chiedo di raccontarmi la sua giornata. “Mi sveglio tutti giorni alle 4 del mattino e vado in spiaggia per l’arrivo delle barche dei pescatori. Prendo il pesce a credito, lo affumico e lo rivendo nei mercati. Il guadagno è scarso, a volte va male e ci rimetto. Verso le 4 o le 5 del pomeriggio per circa un’ora e mezza cucino cibo delizioso per i miei e per dei vicini, in tutto 12 persone. Possiamo permetterci di mangiare solo una volta al giorno. Cucino foglie di cassava e di patata, zuppa di verdure, riso, pesce, salsa di cipolle fritte. Mia figlia maggiore si occupa del bucato e con mio figlio delle pulizie di casa.  Alle 8 vado a letto. Anche la notte è dura: il tetto di zinco nella stagione delle piogge perde acqua e bisogna trafficare con i secchi. Entrano correnti d’aria, può far freddo o molto caldo. C’è sempre molto rumore”.

   La tradizione del lavoro delle donne sierraleonesi risale ai tempi antichi. Nel suo libro Ancestor Stones del 2006, edizione italiana Le pietre degli avi (che sarebbe stato corretto tradurre delle ave, visto che le pietre, tramandate da madre a figlia, sono gli spiriti delle antenate), la scrittrice di origine sierraleonese Aminatta Forna racconta che cinque secoli fa una caravella battente la bandiera del re del Portogallo doppiò la curva del continente. Dopo un lungo periodo di bonaccia i venti ne ebbero pietà e la spinsero a sud-est verso la costa. Il capitano vide una serie di porti naturali e la ormeggiò. Quando i marinai si trascinarono a riva piegati dalla fame e con i capelli arricciati dallo scorbuto, non poterono credere ai loro occhi. Immaginatevi: manghi succulenti, esplosioni di carambole, avocado grandi come teste d’uomo. Pensarono di aver trovato il Giardino dell’Eden, e forse lo era, ma un Eden creato non dalle mani di Dio, bensì da quelle delle donne.