The Italy Syndrome of caregivers

Sindrome Italia 

Reportage sulla diaspora delle donne dell’Est 

Testo e foto di Laura Salvinelli

 

   Nella stazione dei pulmini per l’Ucraina a Rebibbia, a Roma, c’è un recinto dove decine di donne ammassate aspettano pazientemente di essere scelte dai datori di lavoro in base all’età e alla prestanza fisica, “come mucche da mungere”. Penso alle parole di Svitlana Kovalska, presidente dell’Associazione Donne Ucraine Lavoratrici: “immagina un’ex direttrice di banca costretta a cercare lavoro così”. Ma anche se non fossero ex direttrici di banca, in ogni caso la situazione è disumana, le donne se ne vergognano, e io non mi sento di fotografarle di nascosto. Insieme alle amate chiese greco-cattoliche e ortodosse, rifugio e conforto di cuori credenti, le stazioni con i loro mercatini e il via vai delle migranti che portano grossi pacchi che spediscono a casa per 1,5 Euro al kilo sono gli unici luoghi d’incontro delle comunità dell’Est Europa in Italia. Nel nostro Paese i lavoratori domestici (badanti, baby sitter e colf, soprattutto donne) sono circa 2 milioni, fra i regolari - nel 2019 i  contribuenti all’INPS sono stati 848.987 - e gli irregolari stimati da Domina, l’Associazione Nazionale Famiglie Datori di Lavoro Domestico. La condizione delle donne tipo quelle che sono nel recinto è talmente grave che nel 2005 due psichiatri ucraini di Ivano-Frankivs’k, Andriy Kiselyov e Anatoliy Faifrych hanno identificato una nuova forma di depressione di cui si ammalano migliaia di rimpatriate dopo tanti anni di lavoro usurante in famiglie straniere, che comporta una radicale frattura identitaria e un affievolimento del senso della maternità vissuto in modo colpevole, e che può spingere al suicidio: la “sindrome Italia”. L’altra faccia della sindrome è stata studiata nell’ospedale psichatrico Socola in Romania: la depressione dei figli che sono stati lasciati e che sono curati talvolta dai padri, ma più spesso da zie, nonne, vicine di casa, a volte da nessuno. Sono sempre di più i casi di suicidio fra quelli che si chiamano “orfani bianchi” in Romania, “orfani sociali” in Moldavia, “leftbehind” in Ucraina. Si tolgono la vita soprattutto i maschi. 

    Mi faccio raccontare chi sono le migranti e cosa è la “sindrome Italia” da Tatiana Nogailic, fondatrice e presidente di Assomoldave, la prima associazione della sua comunità in Italia. L’intraprendente Tatiana ha 48 anni, è stata commerciante, si è sposata, ha avuto un figlio e ha divorziato dal marito scomparso per un lustro in Russia, è venuta in Italia nel 2001, dove ha fatto la badante per tanti anni, e nel frattempo si è laureata in Scienze Sociali, ha preso vari master ed è diventata mediatrice interculturale e interprete, si è ricongiunta col figlio, che studia filosofia e intanto si prepara per aprire un’agenzia immobiliare “perché con la filosofia non si mangia”, ha aiutato diversi italiani a investire nella sua patria, lavora per più progetti e svolge attività di volontariato per la sua comunità in Italia e nel Paese di origine. Ha pubblicato la guidaMoldavi in Italia. Guida per l’orientamento e l’integrazione sociale dei moldavi in Italia, e la sua tesi è diventata un libro nella sua patria: Moldavi in Italia. La globalizzazione, effetti della migrazione e l'associazionismo diasporale. Nella Repubblica di Moldavia, il Paese più povero d’Europa, quando Tatiana è partita la popolazione era circa di 4.300.000 abitanti, secondo l’ultimo censimento del 2014 era scesa a meno di 3.000.000, ora secondo lei dovrebbe essere ridotta a 2.500.000. “Gli africani scappano dalle guerre, noi da un sistema fallito e un’economia distrutta. Noi donne quando facevamo parte dell’Unione Sovietica non eravamo casalinghe: avevamo tutte una professione, lavoravamo in fabbrica, nei cantieri, negli uffici, eravamo insegnanti, medici, e a casa mogli e madri. Col crollo dell’URSS le fabbriche sono state chiuse e distrutte, le banche sono fallite, e si è dissolto il sistema famiglia.  Gli uomini hanno sofferto immensamente perché hanno perso il lavoro e il loro ruolo di sostegno per la famiglia con cui erano identificati. Sono emigrati in Russia ma lì molti si sono persi e hanno scordato le loro famiglie, sono stati sfruttati e non pagati, a volte ammazzati. Noi, abituate da sempre a lavorare sia fuori che dentro casa, ci siamo prese tutta la responsabilità di mantenere le nostre famiglie e abbiamo messo in moto la più grande migrazione di massa di donne di sempre. Gli uomini di un mondo patriarcale che si trovano di fronte a donne che con 3 anni di lavoro in Italia sono in grado di comprare un appartamento, si sentono sviliti, privati del loro ruolo, e alcuni di loro mantengono le amanti con i risparmi delle mogli”, così riassume una storia grande e complessa. “Aiutandoci fra di noi, diventiamo anelli di una catena di cura in un vortice globale: veniamo qui ad accudire anziani e bambini, lasciando a casa i nostri. Ci degradiamo socialmente e rimaniamo per anni all’estero per pagare i debiti delle nostre famiglie, gli studi, i matrimoni, gli appartamenti dei nostri figli. Purtroppo però, quando rimpatrieremo - qui c’è lavoro solo per le braccia forti e la pensione sociale non permette di vivere - non ritroveremo i nostri figli, che nel frattempo saranno emigrati in altri Paesi, tranne che nei pochi casi in cui saremo riusciti a ricongiungerci. Non recupereremo neanche la posizione lavorativa che avevamo prima della partenza. Dopo anni di fatica e rinuncia, molte finiranno sole e senza pensione perché gran parte del lavoro è in nero. Si tratta in definitiva del sacrificio di una generazione per un’altra, che in futuro non si prenderà cura della prima.

   La “sindrome Italia” è solitudine, depressione, ansia e burnoutda lavoro di cura usurante, oltre al carico della pena per aver lasciato la propria famiglia. Le madri sono schiacciate dal senso di colpa e i figli dalla rabbia, per cui ogni sforzo delle donne non è mai abbastanza. In Ucraina nel 2005 è stato scoperto che tante donne tornate a casa si ammalavano gravemente, fino a tentare il suicidio. In Italia la situazione era precipitata con la legge Bossi-Fini del 2002 per cui molte badanti erano rimaste chiuse in casa per 2-3 anni per la paura di essere rimpatriate. Bisogna documentare perché in Moldavia questa sindrome è negata, anche quando causa suicidi di “orfani sociali”. Il burnoutnon colpisce solo le donne delle nostre comunità, ma tutti quelli che svolgono lavoro di cura troppo a lungo senza avere tempo libero né spazi propri con gli anziani e i malati. E la sindrome non si chiama Italia perché qui siamo trattate peggio che altrove. Al contrario, qui ci sono più empatia e bellezza che nel Nord Europa, dove ci sentiamo del tutto emarginate. Semplicemente, l’Italia è il Paese europeo che ha più bisogno di badanti, colf e baby sitter. Per noi è quello che era l’America per gli italiani dell’800, e per noi donne una società più paritaria, grazie ai diritti acquisiti dalle battaglie femministe”.

   Che una storia tanto drammatica sia raccontata da una donna che ha l’energia di un fiume in piena è incoraggiante. Oltre a tante madri che sprofondano nella depressione ce ne sono molte di più che reagiscono con forza straordinaria, e bisogna raccontare e aiutare tanto le prime quanto le seconde. Come Maria che, dopo aver lavorato come agronoma per 26 anni, è emigrata per aiutare la sua famiglia con problemi che non finiscono mai per un marito invalido. Quando è arrivata senza un soldo a Mestre ha dovuto dormire alla stazione e nei parchi pubblici: “ci vorrebbe un libro per raccontare tutte le difficoltà che ho incontrato, ma non ho mai perso la speranza, ho sempre guardato davanti, e ora sono fiera dei miei nipotini”. Come Olga Cojocaru, 47 anni, 2 lauree in enologia e biochimica, ex professoressa di liceo, che mentre spolvera guarda con amore i libri della scienziata presso cui lavora come colf. Non ha visto per 7 anni suo figlio, lasciato quando aveva 18 mesi: “è stata la mia croce”. Si è potuta ricongiungere con la sua famiglia, e anche se lei e il marito, ex ingegnere ora giardiniere, non potranno mai recuperare le loro posizioni di un tempo, il peggio sembra essere passato, e le speranze sono riposte sui figli. Olga e la sua famiglia ospitano Maria Fratman, di squisita eleganza sia nel vestirsi che nel parlare. L’incantevole donna ha 78 anni, è stata insegnante per 40, ed è emigrata a 61. Nonostante l’età ha ancora bisogno di lavorare, perché sua figlia, una delle innumerevoli vittime del disastro di Cernobyl, è malata di cancro, sola e senza pensione. Maria sta cercando lavoro come badante. “Ma la mia vita è stata anche molto bella” mi dice con occhi che guardano lontano. Noi insegnanti sovietici avevamo due mesi di vacanze e viaggiavamo per tutte le repubbliche dell’unione e non solo”… Ha ragione Tatiana: “bisognerebbe fare un monumento all’ingresso di Chişinău alla mamma migrante che parte per l’Italia con la borsa in mano, con i bambini che le corrono appresso e che non rivedranno per anni”.