Where Women Dare

Dove osano le donne - Le nuove donne del Kenya

di Laura Salvinelli

 

Le imprenditrici

   

   “Seguo un sogno green. Il riciclo dei rifiuti è un vantaggio per l’ambiente e per l’economia. Sono co-fondatrice e business development manager di Bottle Logistics East Africa, che mira a diventare la più grande impresa di trasformazione dei rifiuti di vetro del Kenya”. Ha le idee chiare e ambiziose Louisa Gathecha, che ha iniziato la sua attività con 5 dipendenti, e ora ne ha 52, di cui il 75% donne, e presto ne assumerà altre 40-50. Luisa ha 31 anni, è nata in una zona rurale, è venuta a Nairobi per studiare marketing e vi è rimasta per lavorare. È sposata e ha una bambina di 2 anni. La sua impresa ha 2 stabilimenti, uno dove le operaie tolgono le etichette e lavano le bottiglie che verranno rese alle ditte locali di produzione, e un altro dove gli operai con una macchina frantumano le bottiglie importate, trasformandole in materia prima per il riutilizzo nell’industria del vetro e nell’edilizia. “Per fortuna ora c’è più attenzione all’ambiente e aumentano sia le leggi che lo proteggono, sia le aziende che si occupano del trattamento dei rifiuti cercando di arrecare il minor danno possibile al pianeta” mi dice nel suo ufficio. Luisa è una delle nuove imprenditrici e copre un ruolo che fino a poco tempo sarebbe stato impensabile per una donna. Le sue dipendenti si dicono molto soddisfatte dello stipendio di 20.000 Scellini (poco più di 150 Euro), che con gli straordinari possono diventare 30.000 (più di 230 Euro), in un Paese in cui la paga minima reale è di 8.000 (poco più di 60 Euro). Un bel salto in avanti anche per loro, poiché un tempo il riciclo era relegato esclusivamente ai rovistatori informali, uomini, donne e bambini, che ancora vivono e lavorano nelle discariche in condizioni disumane.

   Grace Mbugua, 49 anni, è figlia di un’insegnante che ha fatto capire l’importanza della resilienza agli 11 figli che ha cresciuto da sola dopo la perdita del marito. Anche lei proviene da una zona rurale e si è trasferita a Nairobi, dove ha co-fondato e dirige Jeilo Collections, una ditta che produce una linea di articoli in pelle e stoffa e forma artigiani specializzati. È sposata e ha 3 figli. “Il mio interesse è sempre stato l’empowerment economico. Se mia madre non avesse avuto uno stipendio, cosa sarebbe successo di noi figli? 2 dei nostri 28 dipendenti, un uomo e una donna, sono stati assunti per fare le pulizie e ora sono cucitori specializzati. Noi crediamo che ognuno abbia diritto alle giuste opportunità per imparare e crescere. È un momento dinamico, in cui le donne possono entrare nel mondo dell’imprenditoria. Chiaramente per noi ottenere credibilità all’inizio è più difficile, ma dobbiamo aver fiducia in noi stesse e lanciarci. Perché no?” mi dichiara soddisfatta nel suo stabilimento. Sono giorni di grande eccitazione per un altro passo avanti: l’imminente apertura del primo negozio della ditta. 

 

Le contadine di terra e di mare

 

   Eccomi in una delle zone rurali, dove meglio si possono conoscere le tradizioni, che qui sono più radicate, le fondamenta della mentalità patriarcale che l’empowerment sta cercando di trasformare. Chiaramente tutto cambia, ma a ritmi molto diversi. Ora sono a Wakor, nella contea di West Pokot che confina con l’Uganda. Le donne locali sono tutte contadine, oltre che madri di famiglia, casalinghe, allevatrici e cercatrici d’oro. Mi hanno ribattezzata Cheyech, che vuol dire “nata di mattina”, perché qui si danno i nomi a seconda di quando si è nati. Se io fossi Cheyech non solo per qualche giorno, mi sveglierei alle 5. Preparerei la colazione - col tè e il pane o i mandazi, panini dolci fritti, quando ci sono i soldi, o con gli avanzi della cena. Preparerei i bambini per andare a scuola. Pulirei la casa, mi occuperei degli animali, e andrei a lavorare al vivaio o nella “shamba”, il campo. Alle 11 scenderei al fiume Wei-Wei per cercare l’oro (quei minuscoli granelli che si possono trovare fuori dalle miniere, dove le donne non sono ammesse). All’ora di pranzo tornerei a casa per cucinare ugali e sukuma (polenta di mais bianco e verdura a foglia verde) o riso e fagioli. Poi tornerei al fiume fino alle 6, quando fa buio. Con i granelli d’oro potrei arrivare a ricavare 2-300 Scellini (al massimo poco più di 2 Euro). Mi farei aiutare dai miei figli per prendere l’acqua e la legna e per fare il bucato, pure dai maschi fino a quando non vengono circoncisi e diventano giovani uomini, a 12-13 anni. Tornerei a casa per preparare la cena, sempre gli stessi piatti. Andrei a letto alle 10. Mangerei la carne solo nelle occasioni speciali, come i matrimoni. Non potrei assistere alle circoncisioni, essere in presenza o mangiare con gli uomini quando sono in gruppo, durante le mestruazioni non potrei avere rapporti sessuali né andare in Chiesa. Probabilmente resterei incinta ancora adolescente. Sicuramente dovrei sottomettermi a mio padre, mio fratello e mio marito. 

   Monika Julius ha 57 anni ed è la prima moglie di un minatore che ha altre 3 mogli. Qui anche i cristiani praticano la poligamia e c’è l’usanza dell’eredità delle vedove che passano al fratello del defunto, insieme ai figli. Ha 3 figli e una nipote, nata dalla figlia adolescente, che cresce come se fosse figlia sua. Non è mai andata a scuola. Quando era giovane, si diventava vere donne con la mutilazione genitale, la foratura delle orecchie con 12 buchi e l’estrazione degli incisivi (superiori o inferiori a seconda delle tribù. A lei hanno tolto 2 superiori, oltre a quello inferiore che si levava anche ai maschi per nutrirli e medicarli in caso di malattie quando non si facevano flebo e iniezioni). “Ora tutto ciò sta scomparendo in questa zona, anche se è ancora in uso altrove. Il valore delle ragazze dipende dal livello di istruzione raggiunto: più è alto, più benestante sarà il marito”” mi spiega. “La donna però è sempre quella che deve portare il cibo in casa, prendersi cura dei figli, della casa, della terra, e degli animali. L’uomo contribuisce pagando solo le rette scolastiche. Se in miniera trova una pepita grossa, non porta i soldi in casa”. 

   Mkwiro è un tranquillo villaggio della contea di Kwale che confina con la Tanzania. Ha 1500 anime, 4 moschee, 1 scuola elementare e 1 reparto maternità. Qui non si conosce violenza di genere, né si sono praticate le mutilazioni genitali da generazioni. Un uomo è molto ricco, è una leggenda locale di cui si parla da lontano. Ha fatto i soldi vivendo 40 anni negli Stati Uniti e ora che è vecchio è tornato a casa. Ma la maggior parte degli uomini sono pescatori e muratori. Le donne lavorano incessantemente come sempre e dappertutto. Oltre ai loro compiti quotidiani, uguali a quelli delle donne delle zone rurali, nelle ore della marea bassa coltivano le loro “shamba”, i campi, di alga Spinosa nell’oceano Indiano. Camminano per ore con le ciabattine di plastica sulla barriera corallina nell’acqua che arriva alle caviglie o fino alle ginocchia, a tratti scalze per andare più agili. Portano in testa con grazia grossi sacchi di alghe bagnate che arrivano a pesare 45-50 chili. Maryam Ayub Athumani ha 10 anni, ha lasciato le sue scarpe da ginnastica attaccate a uno dei paletti che reggono i fili a cui sono annodate le “Mwani”, così si chiamano qui queste alghe, e lavora a piedi nudi. Sua sorella Fatuma Kazdiche Nyawa ne ha 14. Non sono indigenti, tutt’altro: sono le figlie della presidente dell’associazione e di un professore di religione che insegna a Mombasa, e lavorano nei campi marini quando non vanno a scuola. Su 5 sorelle 4 coltivano le alghe, una studia all’università. Mzungu Mohammed Dossa, 39 anni, la seconda moglie di un marito operaio, 6 figli, ritaglia anche il tempo per produrre stuoie di foglia di palma insieme alle sorelle e alla nonna. Fatuma Mshee Bakari è vedova e ha 50 anni. Coltiva le alghe con le sue 3 figlie. È contenta dei progressi rispetto a quando era ragazza: ora tutte le donne partoriscono all’ospedale e tutti i bambini vanno a scuola. Ma c’è ancora tanta povertà. Non ha i soldi per restaurare il tetto della casa che cade a pezzi. Le donne vendono le alghe a 25 Scellini al chilo (meno di 20 centesimi di Euro). In 4 mesi di lavoro, vendendone 300 chili, guadagnano 7.500 Scellini (circa 57 Euro). Anche Nana Ali Famau è vedova e ha 67 anni. Rientriamo a riva camminando vicine sulla barriera corallina, io molto lentamente, con i miei piedi delicati di “musungu”, bianca, doloranti per tagli e vesciche dopo solo 3 giorni. Con un misto di generosità, ironia e praticità mi prende per mano e mi tira facendomi tornare la bambina di una mamma che tutto può.

 

Le sopravvissute alla violenza e attiviste

 

   Jacqueline Mutere, classe 1967, di Nairobi, ha 5 figli. Nel caos in seguito alle elezioni presidenziali del 2007, che ha fatto mille morti, è una delle tante persone, uomini, donne e bambini, che sono state stuprate. Jacqueline è sopravvissuta, ha scoperto di essere rimasta incinta e, dopo aver tentato 3 volte di abortire senza riuscirci (in Kenya è illegale), e deciso di darla in adozione, ha accettato sua figlia solo dopo averla vista e amata istintivamente all’ospedale senza sapere che fosse sua, la sua Princess. Ha fondato e dirige un’organizzazione per aiutare le vittime degli stupri nei periodi delle elezioni, quando la lotta per il potere scatena guerre tribali e la polizia diventa incontrollabile. “Grace Agenda è nata proprio qui a Kibera”, racconta in una delle abitazioni dello slum più grande dell’Africa, “dove si è scatenato l’inferno, e dove ho trovato anche tanto sostegno. La nostra è un’agenda basata sul riconoscimento e sul sostegno dei sopravvissuti, e sulla lotta per il loro giusto risarcimento da parte del governo. Ci aspettiamo che il governo riconosca la responsabilità dei colpevoli, anche della polizia, finora intoccabile, e protegga i cittadini”. 

   Wangu Kanja è nata a Nairobi nel 1975. Non è sposata e non ha figli. È sopravvissuta a uno stupro ordinario, di quelli che possono accadere tutti i giorni. “Stavo tornando a casa dal lavoro con 2 amici. Ci hanno fermati per rubarci la macchina e quello che avevamo addosso. Mi hanno violentata con una pistola puntata addosso. Il mio mondo è caduto a pezzi. Non ho avuto nessun aiuto né dalla polizia, né dall’ospedale, né dai miei perché i panni sporchi si lavano in famiglia. Sono sprofondata nella depressione per 3 anni, ho cercato rifugio nell’alcol, fino a quando non ho capito che dovevo guarire. Se era così dura per me, che provengo da una famiglia di media borghesia che mi ha fatto studiare fino al college, che ne era delle ragazze meno privilegiate? Ho fondato e dirigo l’organizzazione che porta il mio nome per dar loro assistenza psicologica, medica e legale” mi dice nella sede a Mukuru, un altro grande slum– il 60% della popolazione di Nairobi vive negli slum, circa 2 milioni e mezzo di persone. “Ci sono momenti in cui avrei voglia di mollare tutto. Secondo i dati del governo, il 45% di ragazze e donne subisce violenza fisica, il 14% sessuale. Ma noi sappiamo che solo una piccola parte denuncia, e che il Covid ha peggiorato la situazione, secondo i nostri dati reali del 28%. La più giovane vittima è una neonata di 4 giorni, che è stata violentata insieme al fratellino di 3 anni dal padrino. A volte gli stupratori pagano piccole cifre alle famiglie delle vittime, e così ne escono fuori impuniti. C’è stato il caso di 2 bambini di 4 e 5 anni violentati dalla stessa persona, che ha pagato 5.000 Scellini (38 Euro) per uno alle famiglie. Senza riabilitazione i bambini in questo modo imparano che vendendo il loro corpo possono risolvere dei problemi della famiglia, e sono avviati alla prostituzione”. Per fortuna Wangu non molla e continua a lottare contro un mondo capovolto che tratta meglio i carnefici delle vittime. Mentre la fotografo di sua iniziativa alza il pugno, e l’immagine che mi lascia non è quella della brutalità delle storie che ha raccontato, ma quella della sua luminosa resilienza. 

 

Aics e il sostegno all’empowerment

 

   L’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics) si impegna a tutelare, a difendere e a sostenere l’empowerment della donna in Kenya, promuovendo e incoraggiando l’imprenditoria femminile, supportando i servizi sanitari dedicati alla salute materno e infantile e sostenendo le donne impegnate nel lavoro agricolo e nelle filiere produttive collegate all’economia blu. In partenariato con UN WOMEN, inoltre, Aics sta promuovendo un’iniziativa di prevenzione e risposta alla violenza di genere, fenomeno che diventa particolarmente rilevante durante i periodi emergenziali (elezioni, COVID- 19), promuovendo l’accesso alla giustizia e rafforzando i meccanismi preventivi di risposta.

   Louisa e Grace sono 2 delle imprenditrici sostenute dal progetto “Incubatore d’impresa in Kenya”. Sono state formate per potenziare le loro startup e sviluppare le loro strategie, e hanno ricevuto un prestito con cui hanno acquistato la macchina per frantumare il vetro (la prima) e macchine da cucire (la seconda) per moltiplicare le loro capacità produttive. Sono state 40 le imprese coinvolte nel progetto, tutte operanti in settori strategici per il Kenya e di eccellenza per l’Italia (energie rinnovabili, pellame, moda, agribusiness). Attenzione alla sostenibilità ambientale, sviluppo di competenze locali, partecipazione di donne e giovani le rendono imprese con un forte impatto sociale. Monika è una delle donne che gestiscono il vivaio del progetto “Sigor Wei-Wei” a supporto della riforestazione di aree montuose degradate da taglio e pascolo intensivi e dunque soggette a erosione. Il vivaio permetterà la produzione sia di piante indigene per evitare frane e smottamenti sia piante da frutto e medicinali per garantire una fonte di sostentamento stabile a lei e alle donne del gruppo. Le giovani Maryam e Fatuma, Mzungu, Fatuma, Nana e le altre del gruppo, grazie al progetto “Sustainable horizons for the blue economy” realizzato con l’Istituto Agronomico del Mediterraneo (CIHEAM Bari), miglioreranno il processo di essiccazione delle alghe e avranno carriole e barche per trasportarle dalla zona di coltivazione a quella di essiccazione. I loro mariti pescatori saranno dotati di una macchina del ghiaccio per la conservazione del pesce. Tutto il villaggio beneficerà di serbatoi per la raccolta di acqua piovana. Con un ulteriore progetto finanziato dall’Unione Europea (“Go Blue”), Aics sarà impegnata per i prossimi quattro anni per migliorare le condizioni dei pescatori di Mkwiro e per dare impulso all’attività di coltivazione delle alghe, che è una fonte di reddito importante per le donne del villaggio. Jaqueline e Wangu, infine, continuano a essere sostenute con il progetto “Let it not happen again” per migliorare l’accesso alla giustizia per le vittime di violenza sessuale e di genere in stretta collaborazione con i titolari di diritti, le organizzazioni della società civile e le istituzioni locali (polizia, magistratura e servizi per la salute). Sostegno di importanza cruciale in vista delle prossime elezioni del 2022.