UNA STORIA IN MOZAMBICO - MAMAN BARBARA HOFMANN
FARE A BRACCIO DI FERRO CONTRO L'INGIUSTIZIA
di Laura Salvinelli (testo integrale)
“Nei periodi più duri dormivo da un’ora e mezza a tre a notte e mangiavo tre volte alla settimana. Ma come fai dire che non ce la fai più e te ne vai a bambini che si contendono il cibo con i cani randagi nelle discariche, alla ragazza di 18 anni che si prostituisce da quando ne ha sei e che ti dice che non le fanno più male e li ha perdonati? O al bambino, anche lui di sei, che si è fatto sfondare il culetto – l’ho portato in ospedale per la ricostruzione - per un piatto di polenta? La rabbia non serve a niente perché rende irrazionali. Io provo a fare il braccio di ferro contro l’ingiustizia, perché non è giusto. A cambiare le cose, a aiutare”. Barbara Hofmann ci sta raccontando la sua storia, siamo nella casa dove vive, nel bush di Vilankulo. Ma torniamo all’inizio.
Barbara nasce 63 anni fa nella Svizzera interna da mamma tedesca di origine nobile e papà svizzero, liutaio e musicista. Ventisettenne, dopo aver lavorato sette anni nella gestione finanziaria, si ritrova “per caso” in Mozambico per un’istituzione internazionale. È il 1989 e il Paese è in piena guerra civile, che finirà nel 1992. La giovane svizzera scopre i bambini soldato, gli orfani di guerra, i bambini di strada e prende una grande decisione: “Si parlava moltissimo di fare ma in realtà ben poco si faceva. Dunque ho deciso di agire”. Poiché per far approvare un progetto dal governo serve un’organizzazione, lascia il suo lavoro, rientra in Svizzera, fonda ASEM, l’Associazione a Sostegno dell’Infanzia Mozambicana, vende tutti i suoi beni, e torna a Beira, la seconda città del Paese. Oltre alla guerra, c’è una siccità terribile, e come sempre i bambini pagano il prezzo più caro. Inizia il suo lavoro col Programa da sopa: con la partecipazione dei mozambicani, anche quelli che possono levarsi solo un pomodoro o mezzo pugno di riso, e la disponibilità del pozzo di una moschea e del cortile di un vicino, garantisce un piatto di zuppa al giorno e l’acqua da bere e per lavarsi a 300 bambini fino a sei mesi dopo la fine della guerra. “Quando chiedevo ai bambini, che cosa vorresti, qual è il tuo sogno? La risposta era sempre la stessa: poter mangiare senza rovistare nella spazzatura e dovermi prostituire, e andare a scuola” dice. Quindi, dopo aver vinto una sua battaglia contro il governo e ottenuto il terreno, con l’aiuto dei ragazzi più grandi e degli alpini della missione di peacekeeping ONUMOZ costruisce il primo centro, “dove siamo diventati una famiglia, e ci occupiamo di salute, vestiti, riabilitazione psicologica, scuola, attività extrascolastiche, fare tappetti, cesti, musica, danza, teatro - abbiamo sempre usato l'arte come sostegno psicologico. La nostra organizzazione non è un'azienda, né una fabbrica, parte dal principio che i bambini devono sentirsi a casa e crescere bene. E abbiamo abolito il sistema della piramide con il big boss al vertice: tutti fanno tutto e possono mettere in discussione tutto”. Ora i centri sono quattro: due a Beira, uno a Vilankulo e uno a Gorongosa, e ASEM ha sede anche in Italia, Mozambico, Canada e USA. Per il suo impegno Barbara ha vinto prestigiosi premi internazionali come THE ONE International Humanitarian Award nel 2014. Ma il più importante è essere riconosciuta come maman dai 200.000 bambini che ha tolto dalla strada, fatto educare e reinserire nelle comunità.
“Sono più maschi, perché alle femmine qui si paga il prezzo della sposa, e si tende a tenerle in casa. Ma anche perché molti, dai quattro anni in su si sono detti: “Io sono un uomo, sono forte e me la cavo, se la mamma ha una bocca meno da sfamare starà meglio” – Barbara ci sta parlando dei meninos da rua. “Stare in strada ha due aspetti, quello negativo e quello positivo, dal loro punto di vista. Ci sono abusi di ogni genere, a partire da quello sessuale, c'è il rischio di essere bruciati con un pneumatico per qualsiasi motivo. Si deve far parte di un gruppo o di un altro. Bisogna dormire per strada e mangiare nella spazzatura. Ma c’è anche la libertà di fare ciò che non si può a casa, che molti sottolineano. Qualcuno ce li portava, all’inizio i soldati, qualche nonna, un altro bambino di strada che si presentava con uno magari più piccolo dicendo: “Lui non va bene, per strada morirà, noi siamo tosti però lui prenditelo”. C'è anche qualcuno che ho raccolto mezzo morto per strada, messo in macchina e portato al centro dove in genere è rimasto. Però è sempre stata loro la scelta di restare e cambiare vita, perché da noi ci sono delle regole che aiutano a prepararli al reinserimento nelle comunità: andare a scuola, partecipare a un’attività extrascolastica, aiutare a cucinare e a pulire gli spazi comuni. Ovviamente non è facile e all'inizio alcuni vanno e vengono, ma chi decide di restare ha già iniziato un percorso di cambiamento”.
Come ce l’ha fatta da straniera, da bianca, da donna, in un Paese dove i bambini sono merce per i trafficanti umani, di organi, per la prostituzione e lo spaccio di droga? “Ancora me lo chiedo e non lo so” ammette. “Ho ricevuto diverse minacce di morte da locali e internazionali e sono sopravvissuta a vari attentati. Una notte ero con i miei tre figli che all’epoca erano piccoli, e sono entrati in casa degli sconosciuti armati di machete. Ho chiesto loro quanto fossero stati pagati, mi hanno detto quattro dollari, gliene ho offerti quattro e mezzo e siamo momentaneamente diventati “amici”. Un’altra volta hanno provato a uccidermi mentre guidavo”.
In Mozambico la guerra civile è finita nel 1992. Dopo il processo di pace la Repubblica Popolare è diventata l’attuale Repubblica che non ha più niente di socialista. L’unico partito al potere dall’Indipendenza del 1975, il Frelimo, è finito in mano a un gruppo di oligarchi che si arricchiscono facendo accordi con i trafficanti di cui parlava Barbara e con gli stranieri che sfruttano le immense risorse di energia del Paese, lasciando la popolazione nella povertà. Mentre gli economisti hanno calcolato che una famiglia con due figli può vivere con un minimo di 30.000 Meticais (circa 400 Euro) al mese per le spese essenziali, lo stipendio minimo è di 5.850 Meticais (circa 78 Euro). E si paga tutto caro, dalle scuole alla sanità. Durante il mio viaggio ho incontrato una persona che conosce da vicino la ribellione a seguito delle frodi elettorali e la repressione che ha subito. Non faccio il suo nome per motivi di sicurezza. Mi ha parlato di manifestazioni che sono iniziate pacificamente, cantando l’inno nazionale, battendo le pentole. Della furia del popolo che dopo le prime uccisioni ha reagito distruggendo le sedi del partito e le proprietà dei potenti. Dell’infiltrazione di gruppi che hanno devastato scuole e ospedali incolpando i manifestanti. Delle persecuzioni dei giornalisti indipendenti. Di squadroni della morte. Di ordini ai medici degli ospedali di non curare i feriti delle manifestazioni. Di migliaia di morti, di fosse comuni riempite per mesi da camion che scaricavano i cadaveri ogni quattro ore. Dell’apertura dei cancelli del carcere di massima sicurezza di Maputo per la liberazione dei criminali comuni poi usati per la repressione del popolo passata anche sulla stampa occidentale come evasione, senza chiedersi come fanno a evadere 6.000 persone. Del sostegno dell’Unione Europea ai soldati ruandesi chiamati per soffocare la rivolta.
Tornando a Vilankulo da Beira, Barbara mi mostra il percorso di 45 chilometri fatto a piedi sotto la pioggia durante il Ciclone Idai del 2019 insieme a Zacarias Jose Ferro, un ex bambino educato in uno dei centri, diventato Responsabile del Paese e Rappresentante legale di ASEM. Mi fa vedere villaggi e terreni che erano completamente sommersi e isolati per giorni, una montagna che era franata. Il Mozambico è uno dei paesi più devastati dai cicloni che stanno aumentando per il cambiamento climatico: ogni anno ce n’è uno. E parte dei centri di ASEM è danneggiata.
Al di là della forza per fronteggiare tutto ciò, forse l’aspetto più sorprendente di questa storia è che maman vive come San Francesco e non ha paura di niente, “perché la paura è legata al possesso”. Non è religiosa anche se ha una fortissima spiritualità basata sull’unione con la natura: “Per me è la vita, Dio, tutto: ci dà l'acqua, il cibo, l'aria, perché senza alberi non c'è ossigeno, tutto proviene dalla madre terra. E non l'ascoltiamo, non la rispettiamo, la feriamo, la distruggiamo, l'abusiamo”. Pur lavorando nel direttivo di ASEM, ha scelto di vivere di donazioni, senza stipendio né rendita. Ama i gatti e ne ha tanti, li chiama tutti con lo stesso nome, Chat, gatto in francese, e dunque ha sempre un gatto. La casa in cui abita da nove anni nel bush ha il tetto di paglia da cui entrano pioggia, vento e polvere. Il bagno è all’aperto, un recinto incannucciato semicircolare con un buco nella sabbia. Non c’è acqua corrente né elettricità ma dei vecchi pannelli solari che mi hanno fatta penare per ricaricare la batteria del computer. È uno spazio interno/esterno con ben 17 aperture: “Se potessi, vivrei fuori. Il possesso crea preoccupazione. Ho abitato qui per un anno senza finestre né porte. Quando è arrivata la prima porta, la sera prima di andare a letto, mi sono sorpresa a chiuderla a chiave con tutto il resto aperto! Mi sono spaventata da quanto ci facciamo ingannare dalla nostra mente”. Altrettanto unico è il suo progetto di inoltrarsi ulteriormente nel bush nell’età in cui generalmente si desidera una buona pensione e l’ospedale vicino: “Andrò a vivere in una pagliote (la capanna tradizionale di paglia), coltiverò un pezzetto di terra, e la mia pensione saranno i miei 200.000 figli che sono la ricchezza dell’Africa. Aiuterò chi mi viene a trovare a risolvere i suoi problemi, perché è ciò che so fare”.
Ci avverte però di non santificarla: “Quando faccio presentazioni, conferenze, incontri, molte persone mi dicono che sono bravissima, eccezionale, mi mettono su un piedistallo alto, dove loro non possono arrivare. In realtà non sono un’eroina, e vengo usata come scusa per giustificare il loro non fare. È troppo comodo. Ma io faccio notare che per essere bravi non c’è bisogno di andare a salvare i bambini in Africa e che le ingiustizie sono ovunque”.


