We Can't Give Up Now

NON POSSIAMO MOLLARE ADESSO

foto e testo di Laura Salvinelli

 

   “Per molte persone nelle grandi città o nei piccoli villaggi, vicini o lontani dal fronte, ogni giorno può essere l’ultimo. O può essere quello in cui si perde un pezzo del proprio corpo. Alcuni vanno a letto con un fischietto al collo, perché per urlare si perde il fiato, e con un fischietto è più probabile essere ritrovati fra le macerie.” È Daria a parlare, la ventinovenne field officer del progetto di EMERGENCY di assistenza sanitaria di base per le comunità remote nell’Ucraina orientale. Racconta: “Ti senti vulnerabile sempre. Non puoi costruire niente, non puoi sognare altro che tutto questo finisca. Ma allo stesso tempo non puoi mollare adesso, perché sarebbe come dire a quelli che sono morti per difendere la nostra libertà che è stato tutto inutile”. E sottolinea la resilienza delle donne, molto più forti d’animo della maggior parte degli uomini. Viktoriia, 42 anni, sposata con un militare sul fronte dal 2014, al momento dell’invasione su vasta scala - così qui chiamano l’invasione russa di quattro anni fa per distinguerla dalla guerra del Donbass iniziata nel 2014 – si è trovata con i suoi due bambini, di cui una sul passeggino, prima in un bunker freddo e umido e poi su un treno affollatissimo attaccato dai droni. È una dei 166.000 e più profughi accolti in Italia, per lei un paradiso, e dopo un anno è mezzo è rimpatriata. Sogna una vita familiare normale, con i figli che possano crescere col padre, andare a scuola e non aver paura delle quotidiane esplosioni a pochi metri da casa. Una delle infermiere del progetto, Natalia, 52 anni, nonostante l’avanzare del fronte e i colpi dell’artiglieria ha deciso di restare con la sua gente per garantire ai pochi bambini rimasti i vaccini. Liudmyla Bespala, responsabile dell’Assistenza Sanitaria di Base del municipio di Barvinkove, al momento dell’invasione russa, ha onorato il suo impegno a cinque chilometri dal fronte. “Non si tratta di eroismo ma di fare semplicemente il proprio lavoro”, dice. Tutte loro mi ricordano Irka, la protagonista del film Klondike (2022) dell’ucraina Maryna Er Gorbach, premiato al Sundance Film Festival e al Festival di Berlino, l’unica a difendere tenacemente la vita e la quotidianità in un mondo sconvolto da uomini inutili o aggressivi.

      EMERGENCY dal 2024 è in Ucraina, dove molte infrastrutture sanitarie sono state distrutte, danneggiate o riconvertite ad uso militare e dove medici, chirurghi e infermieri sono fuggiti all’estero o sono stati arruolati per servire in ospedali militari. Nelle regioni del Donetsk e di Kharkiv, tra le più colpite dalla guerra, ha ristrutturato una serie di cliniche o fornito prefabbricati adibiti all’attività sanitaria. Ha assunto e formato staff già inserito nel Sistema Sanitario Nazionale. Ha inoltre formato uno staff femminile, operatrici di comunità, per garantire l’assistenza sanitaria di base a domicilio ad una popolazione rimasta isolata (anziani, persone con disabilità e particolarmente vulnerabili, soprattutto donne), vittime “collaterali” e invisibili del conflitto in corso. Sia queste operatrici di comunità che le donne rimaste indietro in piccoli villaggi a pochi chilometri dal fronte, dove vivono col ronzio continuo dei droni, col suono delle sirene ogni ora e con almeno un’esplosione al giorno, mi hanno raccontato storie di grande forza e mi hanno commossa, specialmente quelle di età rispettabile, per la loro gentilezza. Mi hanno accolta fra le loro braccia, ringraziata di essere venuta “da tanto lontano” per incontrarle, hanno condiviso le loro lacrime e mi hanno riempita di regali: una stoffa ricamata, un astuccio per occhiali dipinto a mano, un anellino, una cioccolata, una mela profumata, una lunga preghiera-benedizione. 

   Alcune delle operatrici di comunità ricoprono ruoli importanti nelle loro comunità, come Natalia, 53 anni, starosta, capovillaggio nella regione del Donetsk. Tutte conoscono bene i bisogni dei loro vicini di casa e col loro lavoro porta a porta fanno da trait d’union fra questi e le strutture sanitarie. E tutte sono soddisfatte di questa professione che le fa sentire utili. Margaryta, 47 anni, è rimasta a Velyka Komyshuvakha fino a due giorni prima dell’occupazione, quando si è spostata a pochi chilometri, da dove ha visto bruciare il suo villaggio. “Qui” dice, “di 400 case, ne sono rimaste intatte 40, di 600 persone ora ce ne sono 76”. Ci incontriamo in un edificio che da dopo la liberazione viene usato per visitare chi è restato. Sulle pareti ci sono ancora insulti contro il battaglione Azov scritti in russo, per terra un fornello per distillare l’alcool.

   Alcune delle beneficiarie sono state deportate durante il periodo sovietico, come Maria, 83 anni, dalla Polonia, o Olha, 90 anni, dall’Ucraina occidentale. Altre sono sfollate interne. Valentina, 71 anni, è sulla sedia a rotelle in una casa non sua. Il suo villaggio nella regione del Donetsk è stato occupato e lei e la sua famiglia sono stati trasferiti. Avevano appena comprato una casa che è andata a fuoco con tutti i documenti, e ora non sanno come chiedere il risarcimento. Alla ha 72 anni, il suo compleanno cade nel giorno dell’invasione russa, il 24 febbraio. Aveva da poco finito di pagare un appartamento che le piaceva tanto, dopo decenni di lavoro in una fabbrica del vetro. La sua città, Konstantinovka, sempre nella regione del Donetsk, è stata occupata e liberata nel 2014, e poi pesantemente bombardata dal 2022. Ora vive in una casa non sua, con foto di sconosciuti alle pareti. Tetiana, 66 anni, aveva tre figli. Uno era in Crimea e dall’annessione russa, nel 2014, non l’ha più sentito. Un altro si è arruolato come volontario ed è morto. Le hanno restituito il corpo solo dopo due mesi. Va avanti per il figlio che le è rimasto, la nipotina, e le piante e gli animali che sono tutto ciò che si è portata via dalla casa che è stata costretta a lasciare. Quando sono nati i gattini il giorno dopo il funerale di suo figlio, ha pensato che in qualche modo fossero una sua reincarnazione.

   Le emergenze svelano il lato peggiore e migliore dell’umanità. Il lato migliore qui è la forte solidarietà, il grande impegno nel volontariato. La maggior parte delle beneficiarie che ho incontrato cucinano per i militari e fanno quel che possono per rendere la loro vita un po’ meno dura, come Zoya, 77 anni, che intreccia per loro tappetini con gli stracci. Altre donne producono le reti mimetiche o cucinano per gli sfollati interni. Lubov, 77 anni, professoressa di matematica e preside in pensione, dà lezioni agli studenti delle scuole chiuse. Tetiana, 47 anni, oltre a essere operatrice di comunità, è direttrice dell’asilo, anche questo chiuso. Suo marito è sul fronte dal 2014 e lei non può stare senza far nulla. Svolge attività di volontariato sia per i bambini che per gli adulti come l’arteterapia. Lubov, 57 anni, ha adottato nove bambini orfani, alcuni dei quali disabili. Il lato migliore in questa terra tribolata è la resilienza di Olha che ha 101 anni e vive con una sua amica “più giovane” di 96 anni. Olha, di cui ho saputo la storia a distanza perché non ci è stato possibile andare nel suo villaggio per motivi di sicurezza, è nata nel 1925. È sopravvissuta all’Holodomor, lo sterminio per fame perpetrato da Stalin nel 1932-33, che si ricorda anche se era bambina. Alla seconda guerra mondiale, durante la quale scavava trincee ed era ridotta a pelle e ossa. A quattro anni di prigionia in Germania. Alla morte prematura di sua madre e all’accollamento di due fratellini da sfamare solo con le barbabietole. A lavori pesantissimi per la ricostruzione della città di Dnipro. A tanti colpi nella vita familiare. E agli ultimi 12 anni di guerra.

   L’attività di EMERGENCY coinvolge 27 villaggi e raggiunge un totale di 30.000 persone, vittime “collaterali” del conflitto che ha causato due milioni di morti fra russi e ucraini e quasi sette milioni di profughi. È una goccia nell’oceano di questa e di tutte le altre guerre in corso, ma “se ognuno di noi facesse il suo pezzettino”, come diceva Teresa Sarti che ha fondato l’Ong insieme al marito Gino Strada, “ci troveremmo in un mondo più bello senza neanche accorgercene”.