The Consequences of War

LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA

foto e testo di Laura Salvinelli

 

   “Alla narrazione sulla guerra in Ucraina manca la componente umanitaria. La priorità viene data al dibattito politico e militare, e si parla troppo poco delle sofferenze della popolazione civile, di una crisi umanitaria che coinvolge milioni di persone”. Siamo a Dnipro ed è Luca Rifiorati, coordinatore del progetto di EMERGENCY di assistenza sanitaria di base per le comunità remote nell’Ucraina orientale, che parla. “Vista da dentro questa è una guerra che comporta lo stravolgimento di tutto il quotidiano, ed è una situazione dalla quale sembra non si possa uscire in nessun modo. Quindi si vivono le continue problematiche per gli attacchi e per i mancati approvvigionamenti come se fossero per sempre. Lo scorso inverno è stato il più freddo dell’ultimo decennio con temperature scese a 20 gradi sotto zero, e la mancanza di elettricità, gas e acqua a seguito dei massicci bombardamenti ha avuto un grande impatto non solo nelle aree urbane ma anche e soprattutto in quelle rurali. I bombardamenti sulle principali città come Kharkiv e Kiev non si fermano e continuano purtroppo a causare vittime fra la popolazione civile e danni ingenti alle infrastrutture. Negli ultimi tempi abbiamo assistito all’utilizzo sempre più frequente di armamenti pesanti altamente tecnologici che hanno effetti devastanti sui centri densamente popolati” racconta. Dopo pochi minuti dall’inizio dell’incontro dalla popolare applicazione Alert! parte il primo dei continui allarmi a cui dovrò abituarmi, che avvisano dei raid aerei, degli attacchi missilistici e dei bombardamenti d’artiglieria, indicano il bunker più vicino e finiscono con l’augurio “Che la Forza sia con te”. Contemporaneamente, si sentono le sirene fuori dalle finestre. Dnipro vive sommessamente, ferita da attacchi balistici e con coprifuoco notturno, ma con uffici, scuole, ospedali, centri commerciali, locali aperti e mezzi di trasporto funzionanti.

   Man mano che ci si avvicina al fronte per raggiungere la zona operativa del progetto la guerra è sempre più presente. La popolazione è composta prevalentemente da chi è rimasto indietro e da sfollati interni, che vivono spesso o sempre chiusi in casa, e dai militari che sono ovunque. La terra è sempre più incolta, qui e là campi di girasoli secchi, neri, appaiono come eserciti di zombie (l’immagine degli zombie è tratta da Il convitto dello strepitoso scrittore, poeta, rockstar, militante e a 50 anni fatti soldato volontario Serhij Žadan, io ci ho aggiunto quella dell’esercito perché sono tutti allineati su righe), le scuole sono sempre più chiuse, le strade, sfasciate da buche e voragini, sono coperte a tratti da reti anti-drone e percorse continuamente da mezzi militari, il ronzio dei droni è incessante, gli allarmi suonano ogni ora, le esplosioni sono quotidiane, i territori che erano stati occupati sono in macerie, nei cimiteri sempre più pieni di bandiere la terra delle tombe è sempre più smossa da poco e senza erba. 

   EMERGENCY dal 2024 è in Ucraina, dove molte infrastrutture sanitarie sono state distrutte, danneggiate o riconvertite ad uso militare e dove medici, chirurghi e infermieri sono fuggiti all’estero o sono stati arruolati per servire in ospedali militari. Nelle regioni del Donetsk e di Kharkiv, tra le più colpite dalla guerra, ha ristrutturato una serie di cliniche o fornito prefabbricati adibiti all’attività sanitaria. Ha assunto e formato staff già inserito nel Sistema Sanitario Nazionale. Ha inoltre formato uno staff femminile, operatrici di comunità, per garantire l’assistenza sanitaria di base a domicilio ad una popolazione rimasta isolata (anziani, persone con disabilità e particolarmente vulnerabili, soprattutto donne), vittime “collaterali” e invisibili del conflitto in corso che ha causato due milioni di morti e quasi sette milioni di profughi. È grazie a queste operatrici di comunità che siamo potuti entrare nelle case di chi è rimasto indietro a pochi chilometri dal fronte o in territori che erano stati occupati e poi liberati, e a cui vogliamo dare voce e immagine.

   Alcune operatrici ricoprono ruoli importanti nelle loro comunità, come Natalia, 53 anni, starosta, capovillaggio nella regione del Donetsk. Tutte conoscono bene i bisogni dei loro vicini di casa e col loro lavoro porta a porta fanno da trait d’union fra questi e le strutture sanitarie. E tutte sono soddisfatte di questa professione che le fa sentire utili. Margaryta, 47 anni, è rimasta a Velyka Komyshuvakha fino a due giorni prima dell’occupazione, quando si è spostata a pochi chilometri, da dove ha visto bruciare il suo villaggio. “Qui” dice, “di 400 case, ne sono rimaste intatte 40, di 600 persone ora ce ne sono 76”. Ci incontriamo in un edificio che da dopo la liberazione viene usato per visitare chi è restato. Sulle pareti ci sono ancora insulti contro il battaglione Azov scritti in russo, per terra un fornello per distillare l’alcol.

   Alcuni beneficiari sono stati deportati durante il periodo sovietico, come Maria, 83 anni, dalla Polonia, o Olha, 90 anni, dall’Ucraina occidentale. Altri non vogliono lasciare i villaggi in cui sono nati, come Eugeniy, 75 anni, disabile e vedovo da anni, stranamente senza figli, che vive solo e allettato in una stanza minuscola riempita dal letto e da una vasca da bagno, fumando una sigaretta appresso all’altra. Altri ancora sono sfollati interni. Valentina, 71 anni, è sulla sedia a rotelle in una casa non sua. Il suo villaggio nella regione del Donetsk è stato occupato e lei e la sua famiglia sono stati trasferiti. Avevano appena comprato una casa che è andata a fuoco con tutti i documenti, e ora non sanno come chiedere il risarcimento. Nina e Anatoly sono marito e moglie, e hanno entrambi 74 anni. Vengono dalla stessa regione, da Vuhledar che significa “dono di carbone” e Anatoly infatti era un minatore. Ora vive costretto a letto, senza una gamba e un occhio. Nella loro città si è svolta una grande battaglia di carri armati e dopo tanti combattimenti è capitolata ai russi. Hanno perso la casa e tutti i loro possedimenti, ed è la terza volta che vengono ricollocati. Alla ha 72 anni, il suo compleanno cade nel giorno dell’invasione russa, il 24 febbraio. Aveva da poco finito di pagare un appartamento che le piaceva tanto, dopo decenni di lavoro in una fabbrica del vetro. La sua città, Konstantinovka, sempre nella regione del Donetsk, è stata occupata e liberata nel 2014, e poi pesantemente bombardata dal 2022. Ora vive in una casa non sua, con foto di sconosciuti alle pareti. Tetiana, 66 anni, aveva tre figli. Uno era in Crimea e dall’annessione russa, nel 2014, non l’ha più sentito. Un altro si è arruolato come volontario ed è morto. Le hanno restituito il corpo solo dopo due mesi. Va avanti per il figlio che le è rimasto, la nipotina, e le piante e gli animali che sono tutto ciò che si è portata via dalla casa che è stata costretta a lasciare. Quando sono nati i gattini il giorno dopo il funerale di suo figlio, ha pensato che in qualche modo fossero una sua reincarnazione. 

   “Per molte persone nelle grandi città o qui nei piccoli villaggi, vicini o lontani dal fronte, ogni giorno può essere l’ultimo. O può essere quello in cui si perde un pezzo del proprio corpo. Alcuni vanno a letto con un fischietto al collo, perché per urlare si perde il fiato, e con un fischietto è più probabile essere ritrovati fra le macerie” dice Daria Rieznik, la ventinovenne field officer del progetto.

   Le emergenze svelano il lato peggiore e migliore dell’umanità. Il lato migliore qui è la forte solidarietà, il grande impegno nel volontariato. La maggior parte delle beneficiarie che ho incontrato cucina per i militari e fa quel che può per rendere la loro vita un po’ meno dura, come Zoya, 77 anni, che intreccia per loro tappetini con gli stracci. Altre donne producono le reti mimetiche o cucinano per gli sfollati interni. Lubov, 77 anni, professoressa di matematica e preside in pensione, dà lezioni agli studenti delle scuole chiuse. Tetiana, 47 anni, oltre a essere operatrice di comunità, è direttrice dell’asilo, anche questo chiuso. Suo marito è sul fronte dal 2014 e lei non può stare senza far nulla. Svolge attività di volontariato sia per i bambini che per gli adulti come l’arteterapia. Lubov, 57 anni, ha adottato nove bambini orfani, alcuni dei quali disabili. Il lato migliore in questa terra tribolata è la resilienza di Olha che ha 101 anni e vive con una sua amica “più giovane” di 96 anni. Olha, di cui ho saputo la storia a distanza perché non ci è stato possibile andare nel suo villaggio per motivi di sicurezza, è nata nel 1925. È sopravvissuta all’Holodomor, lo sterminio per fame perpetrato da Stalin nel 1932-33, che si ricorda anche se era bambina. Alla seconda guerra mondiale, durante la quale scavava trincee ed era ridotta a pelle e ossa. A quattro anni di prigionia in Germania. Alla morte prematura di sua madre e all’accollamento di due fratellini da sfamare solo con le barbabietole. A lavori pesantissimi per la ricostruzione della città di Dnipro. A tanti colpi nella vita familiare. E agli ultimi 12 anni di guerra. L’attività di EMERGENCY coinvolge 27 villaggi e raggiunge un totale di 30.000 persone.

   Serhij Žadan ha intitolato Mesopotamia la sua ode a Kharkiv, città definita da due fiumi, come il Tigri e l’Eufrate di Babilonia, e dove prima dell’invasione si respirava un clima cosmopolita e aperto, anche grazie a tanti studenti universitari stranieri. Ali Msahir, trentaquattrenne dottore iracheno naturalizzato ucraino, è venuto qui “dalla Mesopotamia, la terra della guerra” per studiare medicina. La sua esperienza di ex-beneficiario lo ha spinto a lavorare come volontario nel settore umanitario e ora è field coordinator del progetto di EMERGENCY. Per Ali “guerra è sempre”: “Immagina di essere una madre di due figli, di vederli indossare l’uniforme, partire per la guerra e  morire per il Paese. Di diventare profuga per 10 anni e al rientro di vedere i presidenti dei due Paesi un tempo nemici stringersi la mano. Come ti sentiresti? Le persone, specialmente quelle che vivono vicino al fronte, sentono che stanno perdendo e odiano tutto ciò che è guerra. Vogliono vivere, vogliono la sicurezza, il cibo, il lavoro, gli ospedali. A un certo punto si renderanno conto che la stragrande maggioranza di loro non ha voluto il conflitto ma vi è stata spinta. La madre che perde i figli odia il Paese che glieli ha uccisi, che sia la Russia ma che sia anche l’Ucraina. Alla domanda quando finirà, rispondo che la guerra non finisce mai, perché ne sta già iniziando un’altra.”

   Ma se l’umanità spera nel suo futuro deve abolirla. Gino Strada diceva che “lavorare insieme per un mondo senza guerra è la migliore cosa che possiamo fare per le generazioni future”. “Noi invochiamo ad alta voce la fine del conflitto”, dichiara Luca Rifiorati, “una fine del conflitto che si trasformi in una pace giusta, solida, risolutiva e sostenibile. Le vere vittime del conflitto sono le persone che vivono questa realtà tutti i giorni e deve essere possibile un cambiamento positivo. Quindi è importante che si cominci a lavorare sugli elementi che possano portare a una risoluzione che accontenti tutte le parti e che lo faccia per il bene della popolazione che deve tornare a una vita normale”.