The Desert Door/Bricks of Earth and Culture

MATTONI DI TERRA E CULTURA

Reportage dal Niger

foto e testo di Laura Salvinelli

 

   “Non c’è una formula per arrestare il fenomeno delle migrazioni, che non credo sia arrestabile. La via dell’immigrazione clandestina passa da qui almeno dagli ultimi 30 anni: siamo alla seconda generazione che ci lavora. La grossa frontiera tra l’Africa e l’Europa non è il Mediterraneo ma il Sahara, per cui dallo scorso anno si comincia a usare la parola cimitero. L’uso del GPS negli ultimi anni l’ha reso accessibile a tutti, mentre prima solo i Tuareg sapevano attraversarlo”. Sono in Niger per l’incarico di documentazione fotografica dei progetti di sviluppo dell’ONG CISP (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli) e a parlarmi è Marta Abbado, che collabora con l’ONG dal 2009 ed è Rappresentante nel Paese dal 2013. Il CISP lavora in Niger dal 2006 per lo sviluppo del Paese. Lavora fra l’altro alla realizzazione di alloggi sociali con l’utilizzo della terra, creando dei veri quartieri per rimpatriati, profughi, sfollati e vulnerabili, e per il sostegno della cultura locale. Mentre in Italia le ONG vengono accusate di partecipare al business dei migranti e si ripete il mantra “aiutiamoli a casa loro” senza spiegare come, sono stata nelle regioni di Diffa, sul confine con la Nigeria, e Agadez, l’ultimo snodo della rotta dei migranti prima della Libia. Ho aspettato più di un mese il permesso per andare a Diffa, che accoglie centinaia di migliaia di rifugiati e rimpatriati dalla Nigeria in fuga da Boko Haram e sfollati interni provenienti dalle isole del Lago Ciad e da zone senza acqua potabile né cibo. Ho visto un campo improvvisato da 17 giorni per 387 famiglie di origine araba (bisogna calcolare fra 7 a 9 persone per famiglia) in fuga da Boko Haram – che aveva rapito 2 persone della comunità - senza acqua, bagni, scuola, centro di salute. La regione è piena di campi. Quello costruito dal CISP a Chétimari non è un campo ma un quartiere urbanizzato. Le case sono in architettura in terra tradizionale, rese fresche da due cupole e mura spesse 40 cm. Gli abitanti che le stanno occupando costruiscono i recinti per gli animali e impiantano gli orti. Insieme alla piccola casa di due stanze (18mq) a ogni famiglia beneficiaria è assegnato un lotto di 200 o 400 mq di terreno non soggetto a inondazioni per almeno 7 anni che, se richiesto, alla scadenza diventerà definitivamente di proprietà, altrimenti ritornerà in possesso della municipalità. Dopo la fase pilota con 260 abitazioni, il CISP partecipa a un programma del Fondo Fiduciario per l’Africa dell’Unione Europea e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati per la costruzione di alcune migliaia di abitazioni. Ad Agadez ho documentato il restauro della bellissima città vecchia, parte del patrimonio UNESCO dal 2013, fra cui la casa del primo occidentale che nel 1850 raggiunse quella che veniva chiamata “la porta del deserto” o “la porta del Sudan”: Heinrich Barth. Ho visto l’impiego di giovani in una città abbandonata dagli antichi fasti, dal turismo e infine dal 2016 dall’economia del traffico dei migranti. Ho avuto la fortuna di poter godere dell’esibizione della ricchezza culturale delle tribù Tuareg e Wodaabe al Festival dell’Aïr a Iférouane, giustamente sostenuto, visto che il turismo è quasi del tutto scomparso.

   “Noi non vogliamo costringere nessuno a restare nel proprio Paese. Noi vogliamo sperare che vivendo in abitazioni ben fatte e facendo un lavoro che dà soddisfazione e assicura la sussistenza, non ci sia bisogno di pensare a partire. Partire è traumatico per chi parte e per chi resta. L’idea del Fondo Fiduciario di avere un impatto immediato. Noi vogliamo un risultato immediato ma anche durabile. La durabilità è un elemento essenziale dei nostri progetti e per ottenerla lavoriamo con il nucleo familiare e non solo con l’uomo che parte – la migrazione di questi Paesi è nella stragrande maggioranza maschile – e diamo molta importanza all’identità culturale. Il nostro valore aggiunto è che viviamo qui da tanto tempo: il Niger è casa per noi,non è solo un passaggio. Questo è essenziale: non solo aiuta a pensare i progetti nel modo più coerente possibile, ma anche a trovare le competenze locali specifiche. Qui negli anni abbiamo conosciuto tantissime persone interessantissime che hanno una vera visione del Paese”. Marta vive a Niamey dal 2007 con suo figlio Aimo (nome in onore al partigiano Aimo Frittelli di Dicomano) di 9 anni e non è un’operatrice umanitaria standard: “Da archeologa so che bisogna guardare lontano e dunque allo sviluppo oltre l’emergenza. Sono anche consapevole che entrare in un equilibrio comporta rompere quell’equilibrio, in archeologia come nel mondo umanitario, quindi bisogna prestare molta attenzione a quello che si fa”. L’ultima sera che abbiamo passato insieme parlava di prendere la cittadinanza di quel Paese che ama profondamente.

   Anche Sandra Fernández Ortega, responsabile del Programma Cultura e Sviluppo del CISP, è innamorata del Niger. “Ho vissuto e viaggiato in molti Paesi: Spagna, Europa e Europa dell’Est, Messico, Vietnam, ma non avevo mai visto una popolazione così gentile, generosa e accogliente come questa. Vivo qui da 8 anni perché nonostante le difficoltà – il caldo estremo, le malattie, i tagli di elettricità e di acqua – la soddisfazione dei beneficiari dei progetti rafforza la mia motivazione e la speranza. Qui si può davvero mettere i piedi a terra, vedere persone magnifiche con vite incredibili, in condizioni che nel mondo occidentale sarebbero inimmaginabili, sempre col sorriso sulle labbra. Lavoriamo su due grandi piani: da una parte per la salvaguardia del patrimonio e l’eredità culturale nigerini, fondamentali per l’identità, la stabilità e la pace del Paese e dall’altra per la creazione d’impiego per la gioventù. La protezione della cultura è cruciale soprattutto ora, vista la forte rottura generazionale tra chi ha 15-20 anni e chi ne ha più di 35, per cui si rischia di perdere moltissimo a causa di influenze che vengono dal mondo occidentale, arabo, cinese. Formiamo, rafforziamo le capacità e diamo del lavoro ai giovani per mantenere vive le tradizioni nel settore dell’artigianato dell’argento e del cuoio, dell’intreccio di cesti e stuoie, della produzione di borse ricamate, oggetti fatti col riciclo…. Non solo cerchiamo di mantenere la tradizione, ma vogliamo aiutare a trovare un nuovo mercato per questi prodotti. Sperimentiamo l’innovazione per distinguerci dagli altri, sia per il mercato di Niamey che soprattutto per quello internazionale”.

   Ci siamo accorti dell’esistenza del Niger – finora confuso dai più con la Nigeria - perché è uno snodo fondamentale del flusso dei migranti, l’ultimo prima di raggiungere la Libia e da lì l’Europa, quello dove “bisognerebbe fermarli”. Il Niger ha ottenuto per molti anni il triste titolo di Paese più povero del mondo, ora passato alla Repubblica Centrafricana. In una terra inabitabile per due terzi per il deserto del Sahara e sempre più inospitale per il cambiamento climatico, causa di crescente desertificazione e continue alluvioni, si batte un altro record pericoloso, quello del tasso di natalità più alto del mondo: la media di 7,6 bambini per ogni donna. Il 52% della sua popolazione in costante aumento ha meno di 15 anni. E 15 anni è l’età in cui per legge possono sposarsi le bambine. In Niger sconfinano per razziare i suoi poveri villaggi molti gruppi terroristi, da Boko Haram dalla Nigeria a varie organizzazioni islamiste dal Mali (AQMI: Al Qaeda nel Maghreb islamico, MUJAO: Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa Occidentale eccetera), oltre ai banditi che si nascondono dietro di loro, nel Paese si riversano profughi, rimpatriati e migranti di tutta un’area di conflitti. Quello di cui non si parla è la sua stabilità, sorprendente date le tante emergenze, e la convivenza quasi sempre pacifica di un arcobaleno di etnie diverse: Hausa, Djerma-Songhai, Tuareg, Tubu, Kanuri, Buduma, Peul, Arabi, Gurmantche per non parlare dei sotto-gruppi, tutti minoritari in Niger e maggioritari al di là delle sue frontiere. Le rivolte dei Tuareg, pur senza volerle sottovalutare, sono state l’eccezione e non la regola. La stabilità è rafforzata da una pratica di gran civiltà: il cousinage à plaisanterie (parentela scherzosa), che smorza i conflitti inter-etnici con la mediazione. Le etnie si considerano cugine a coppie ed esprimono la relazione prendendosi in giro anche pesantemente, esercizio che insegna a non essere permalosi. Se due gruppi che sono in lite non sono “imparentati” ce n’è sempre un terzo che lo è e fa da mediatore. Il Niger non è solo poverissimo e a rischio di esplosione per molte gravissime crisi, è anche assai educato, mediatore e accogliente.